Oreste, Domenico, Giulio, Francesco e Raffaele, 16 marzo 1978

L’onorevole Moro, illeso nonostante la pioggia di fuoco, viene caricato su una delle auto che i killers utilizzano per la fuga. Sulla Fiat 130 rimangono Ricci e Leonardi, entrambi morti, mentre sull’Alfetta, Zizzi era gravemente ferito – morirà durante il trasporto in ospedale - e Rivera, morto. Sul selciato, vicino all’auto, c’era il corpo senza vita di Iozzino

In copertina: la targa di via Fani, a Roma, luogo dell’agguato e rapimento dell’onorevole Moro e della strage della sua scorta

Anche oggi sveglia alle sei e mezza. Un caffè bevuto in fretta, amaro. Un bacio prima di uscire da casa, un pensiero alla fidanzata che sta ancora dormendo nel suo letto, sono queste le semplici cose che ti danno la forza di affrontare la tua lunga e snervante giornata di lavoro. Sei addetto al servizio scorte e sai che, forse, ogni mattina è l’ultima in cui esci di casa, anche se speri che questo non accada mai. Di corsa giù per le scale. L’auto di servizio si mette in moto, seguita da un’altra. Si tratta di una Fiat 130 targata Roma L59812 e di un’Alfa Romeo Alfetta targata Roma S93393. Entrambe sono auto del Ministero destinate al servizio trasporto e scorta di autorità. Due auto. Sulla prima, la 130, viaggiano l’appuntato Domenico Ricci, al volante, e il maresciallo Oreste Leonardi, entrambi dell’Arma dei Carabinieri, quest’ultimo con la mansione di responsabile della sicurezza, il capo-scorta. Nell’Alfetta, invece, viaggiano il vicebrigadiere Francesco Zizzi e le due guardie Giulio Rivera e Raffaele Iozzino, della Pubblica Sicurezza, l’allora Polizia di Stato. L’onorevole Moro si era alzato, come al solito, di buon ora. Quel giorno, il 16 marzo 1978, alla Camera dei Deputati, era previsto il dibattito e il voto di fiducia per il IV° governo presieduto da Giulio Andreotti. Non sarebbe stata questa, la novità. Il Partito Comunista Italiano, prima volta dal 1947, avrebbe concorso direttamente alla maggioranza parlamentare che avrebbe sostenuto il nuovo esecutivo. Alle 8:45 le due auto arrivano davanti al civico 79 di via del Forte Trionfale, abitazione dell’onorevole Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana. Un saluto ai familiari in casa e l’onorevole Moro sale sulla Fiat 130, destinazione il Parlamento con una sosta, abituale, alla Chiesa di Santa Chiara. Poco più di quindici minuti dopo le due auto sono nel quartiere Trionfale e stanno percorrendo la via Fani. Una Fiat 128, con targa del Corpo Diplomatico, è in prossimità dell’incrocio con via Stresa. Poco più in là c’è Ernesto Proietti, uno spazzino che, normalmente, a quell’ora si occupa della pulizia di quella parte di quartiere. Aveva visto un’auto passare, poco prima. I suoi occupanti indossavano una divisa da aviere. Li rivide quando le due auto percorrevano via Fani. Erano nascosti dietro a delle siepi, silenziosi, in attesa. Anche Lorenzo Vecchione, avvocato romano, mentre uscì di casa, qualche minuto prima delle 9:00, incrociò alcune persone vestite da steward, con l’impermeabile blu di una compagnia di bandiera. Quella mattina, alle 9:00, in via Fani c’è anche Francesco Pannofino, noto attore e doppiatore. Sta leggendo il giornale e volta le spalle all’incrocio con via Stresa. Esce di casa anche Sergio Vincenzi e arriva in via Fani. Tutto succede in un attimo. Una frenata, il tamponamento e poi gli spari delle mitragliette. Sergio Vincenzi guarda la scena che si sta consumando sotto i suoi occhi. Uno degli avieri si volta versi di lui. Il loro sguardo s’incrocia. Tutto si consuma in un attimo. L’onorevole Moro, illeso nonostante la pioggia di fuoco, è caricato su una delle auto che i killers utilizzarono per la fuga. All’improvviso il silenzio. Francesco, Ernesto, Lorenzo, Sergio e altri accorrono, attoniti ed ancora impauriti. L’onorevole Pino Rauti, che abitava in via Fani, si affaccia alla finestra. Lo scenario era tragicamente simile a quelli che le eversioni ci avevano regalato in quel periodo. Sulla Fiat 130 erano rimasti Ricci e Leonardi, entrambi morti, mentre sull’Alfetta, Zizzi era gravemente ferito – morirà durante il trasporto in ospedale – e Rivera morto. Sul selciato, vicino all’auto, c’era il corpo senza vita di Iozzino. Alle 9:03 arriva la prima telefonata al 113, che avvisa della sparatoria. Dopo qualche minuto, una pattuglia del Commissariato Monte Mario giunge sul posto. Nel giro dei successivi venti minuti, la notizia fa il giro del mondo. Tutte le forze dell’ordine si mobilitano. Roma è blindata in pochissimo tempo. Alle 10:10 una telefonata anonima giunge alla redazione dell’Ansa a Roma. Secco e sbrigativo, il messaggio riferisce che le Brigate Rosse avevano “sequestrato il presidente della Democrazia Cristiana, Moro, ed eliminato la sua guardia del corpo, le teste di cuoio di Cossiga”.

Il primo processo condannò dieci terroristi come responsabili materiali dell’agguato: Lauro Azzolini, Barbara Balzerani, Franco Bonisoli, Adriana Faranda, Raffaele Fiore, Prospero Gallinari, Mario Moretti, Valerio Morucci, Luca Nicolotti e Bruno Seghetti. A partire dalla sua testimonianza resa davanti alla Commissione Parlamentare d’Inchiesta del 1983, Valerio Morucci iniziò a raccontare dettagliatamente i particolari dell’agguato, pur rifiutandosi inizialmente di fornire i nomi dei partecipanti. In un primo momento parlò di poco più di dodici brigatisti coinvolti, poi, nel 1985, durante il processo d’appello, ridusse il numero a nove partecipanti, lo stesso numero indicato da Franco Bonisoli. In quella sede, Morucci, ricostruì le fasi dell’agguato, escludendo che Azzolini, Nicolotti e Faranda avessero fatto parte del gruppo di fuoco di via Fani e, implicitamente, confermò che gli altri condannati in primo grado avevano effettivamente concorso al fatto criminale. Le sue affermazioni furono ritenute attendibili dalla Corte d’Appello di Roma. Ma chi erano Oreste, Domenico, Giulio, Francesco e Raffaele, il cui sangue rimase ad asciugare sull’asfalto della via Fani?

Oreste Leonardi aveva 52 anni. Torinese, maresciallo dei Carabinieri, venne assegnato alla scorta dell’onorevole Moro nel 1963. Il 16 marzo 1978 era il capo-scorta e sedeva sul sedile anteriore del passeggero nella Fiat 130.

Domenico Ricci aveva 42 anni. Era nato in provincia di Ancona, a Staffolo. Era l’autista preferito dal presidente della Democrazia Cristiana. Era nella sua scorta dagli anni cinquanta. Fu scelto per le sue qualità nella guida veloce con moto e auto. Il 16 marzo 1978 era al volante della Fiat 130.

Giulio Rivera aveva 24 anni. Era nato a Guglionesi, in provincia di Campobasso. Guardia di Pubblica Sicurezza, nel 1974, subito dopo l’arruolamento, fu assegnato alla scorta dell’onorevole Moro. Fu colpito da otto proiettili. Il 16 marzo 1978 era alla guida dell’Alfetta.

Francesco Zizzi aveva 30 anni. Proveniva dalla provincia di Brindisi, da Fasano. Era un vice brigadiere della Pubblica Sicurezza. Era imminente il matrimonio con Valeria, la sua fidanzata. Fu trasferito a Roma e assegnato alla scorta dell’onorevole Moro come capo-equipaggio.  Il 16 marzo 1978 era sul sedile anteriore del passeggero dell’Alfetta. Sostituiva, nel turno, un collega. Era la prima volta che prendeva parte a una scorta dell’onorevole Moro. Morì durante il trasporto al Policlinico Gemelli.

Raffaele Iozzino aveva 24 anni. Era nato a Casoria, in provincia di Napoli. Guardia di Pubblica Sicurezza, si era arruolato nel 1971 e assegnato al Viminale dopo aver frequentato la scuola di Alessandria. Il 16 marzo 1978 sedeva sul sedile posteriore dell’Alfetta. Il suo corpo fu trovato, supino, sulla strada, accanto all’auto.

Il 16 marzo 1978, iniziarono i 55 giorni che cambiarono l’Italia, come li definì Ferdinando Imposimato.

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