In Sicilia i 280 migranti soccorsi sabato con il racconto degli orrori libici

Tra i migranti casi di ipotermia e lesioni causate dai maltrattamenti subiti in Libia. Numerosi casi vulnerabili, incluse vittime di tortura, potenziali vittime di traffico di esseri umani e urgenze mediche

In copertina: Migranti soccorsi dal team rescue di SOS Mediterranee sabato 10 marzo 2018 (Ph: di Hara Kaminara/SOS Mediterranee)

La nave della Ong SOS Mediterranee ha raggiunto questa mattina il porto siciliano di Augusta con i 280 migranti che aveva a bordo. Gli ospiti di nave Aquarius sono stati soccorsi in varie operazioni e da varie navi. Sabato 10 marzo la Aquarius ha tratto in salvo 110 persone da un gommone sgonfio nelle acque internazionali al largo della Libia. Il rimorchiatore Asso 30 ha tratto in salvo altre 62 persone poi trasbordate sulla nave da soccorso umanitario che SOS Mediterranee gestisce in partnership con Medici Senza Frontiere. Altre 108, sempre nella giornata di sabato, sono state tratte in salvo dalla nave Open Arms dell’Ong ProActiva Open Arms. Anche i 108 migranti soccorsi dalla Ong catalana sono stati trasbordati su nave Aquarius componendo il gruppo di 280 persone che questa mattina sono sbarcate nel porto di Augusta. Due migranti sono stati trasferiti a Lampedusa per necessarie cure mediche urgenti. Tutte le operazioni sono state svolte sotto il coordinamento della Sala Operativa del MRCC di Roma.

Alle 7 di sabato mattina, la nave Aquarius aveva ricevuto la segnalazione di più imbarcazioni in difficoltà e l’indicazione da parte del MRCC (Centro di coordinamento del soccorso in mare) di Roma di raggiungere la posizione stimata di uno dei natanti. Una spessa nebbia aveva complicato la ricerca dell’imbarcazione in difficoltà. L’imbarcazione carica di migranti era stata nel frattempo individuata da un peschereccio. Alla vista del motopesca, numerose persone si sono gettate in acqua nel tentativo di raggiungerlo a nuoto.
“Quando abbiamo visto arrivare il peschereccio, gli altri a bordo del gommone sono andati nel panico perché avevano paura che fosse una barca libica e preferivano continuare il viaggio rischiando di morire in mare piuttosto che essere riportati in Libia”, ha raccontato ai volontari di SOS Mediterranee un giovane palestinese recuperato in stato di shock e ipotermia dopo essere scampato all’annegamento.
Il team dei soccorritori della Aquarius è quindi intervenuto, stabilizzando la situazione a bordo del gommone e distribuendo i salvagente per poi evacuarlo trasbordando uno dopo l’altro tutti i passeggeri.

È stato quello che chiamiamo un ‘salvataggio critico’, ovvero un’operazione estremamente delicata che si sarebbe potuta trasformare in catastrofe in un istante e mietere numerose vittime. Nel momento in cui i nostri RHIB (lance di salvataggio) si sono avvicinati, il gommone era in pessime condizioni, i galleggianti si stavano sgonfiando, il fondo rischiava di spezzarsi e all’interno c’era oltre un centinaio di persone”, ha dichiarato il vice coordinatore dei soccorsi Max Avis. Le 110 persone a bordo del gommone – appartenenti a più di 13 nazionalità diverse (sono in prevalenza originari dell’Africa occidentale ma si contano anche due libici e due palestinesi) – sono state soccorse e affidate alle cure del personale medico di MSF a bordo. Tra loro c’erano casi di ipotermia e lesioni causate dai maltrattamenti subiti in Libia.

La nave Aquarius ha in seguito accolto a bordo nella serata di sabato 62 persone (in maggioranza nordafricane), tratte in salvo da un gommone qualche ora prima dalla nave mercantile Asso 30 in prossimità delle piattaforme petrolifere di Bouri nelle acque internazionali a ovest di Tripoli. Altre 108 persone, soccorse dalla nave Open Arms dell’Ong ProActiva OpenArms nel corso di due distinte operazioni, sono state trasferite a loro volta sulla Aquarius a tarda notte.
Un giovane di 14 anni affetto da una grave malattia, accompagnato dai suoi due fratelli maggiori, era stato recuperato in alto mare sabato mattina dall’Ong ProActiva a bordo di una piccola imbarcazione alla deriva. Nel pomeriggio di sabato i soccorritori di OpenArms avevano tratto in salvo oltre cento persone a bordo di un gommone, individuato grazie alle ricerche aeree del velivolo umanitario Moonbird dell’Ong Sea-Watch nelle acque internazionali a est di Tripoli.

Il salvataggio di sabato mattina è stato estremamente pericoloso. È grazie alla professionalità dei team e alle attrezzature tecniche delle unità SAR (Search and Rescue) come la Aquarius che è stato possibile salvare queste persone in pericolo. Questo dimostra ancora una volta la necessità assoluta di una flotta dedicata al salvataggio dispiegata nelle zone più sensibili, in modo che queste navi ambulanza possano intervenire in tempo. Le diverse operazioni di queste ultime ore dimostrano anche l’eccezionale coordinamento tra le Ong che operano nel Mediterraneo centrale, che ha permesso di salvare centinaia di vite ma anche, al di là delle operazioni di soccorso, di testimoniare l’emergenza umanitaria in questa parte di mare al largo della Libia, la più mortale al mondo”, ha detto Nicola Stalla, coordinatore dei soccorsi di SOS Mediterranee a bordo della nave Aquarius.

I 280 naufraghi tratti in salvo sabato nelle acque internazionali al largo della Libia provengono da oltre venti diversi Paesi, inclusi 69 dall’Eritrea, dodici dalla Somalia, sei dalla Libia e tre dalla Siria. Sono stati individuati numerosi casi particolarmente vulnerabili, incluse vittime di tortura, potenziali vittime di traffico di esseri umani e urgenze mediche.
Un giovane delle Comore ha spiegato ai volontari a bordo della nave Aquarius di aver trascorso due anni in Libia a lavorare senza ricevere alcuna paga per un capo che gli aveva confiscato il passaporto al suo arrivo nel Paese, prima di riuscire a fuggire a bordo di un’imbarcazione di fortuna. “Lo so che in tutto il mondo ci sono problemi ma almeno in Europa ci sono i diritti umani, non come in Libia”, ha spiegato. “Il mio capo ha ancora il mio passaporto, ma il mio passaporto non è il mio corpo”.
Un ventenne del Chad ha raccontato di essere stato torturato con scosse elettriche ogni giorno per due mesi in Libia perché non poteva pagare il riscatto necessario a uscire di prigione. “Sono stato venduto e mi sono ritrovato a Bani Walid. Dopo un amico mi ha aiutato a organizzare il viaggio per prendere la barca. Ho passato un mese in una casa assieme a 150 persone. Cinquanta sono potute partire questa volta, le altre attenderanno la prossima partenza”, ha raccontato il naufrago ai volontari a bordo della Aquarius.

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