Michele Reina, 9 marzo 1979

Eletto segretario provinciale della Democrazia Cristiana nel 1976, Michele Reina aveva contribuito ad attuare una politica di apertura alle sinistre, che però suscitò contrarietà nella maggioranza del suo partito, ancora troppo legato a Salvo Lima e Vito Ciancimino, rappresentanti del potere mafioso. La mafia lo uccise il 9 marzo 1979

In copertina: Michele Reina, segretario provinciale della DC di Palermo, ucciso dalla mafia il 9 marzo 1979

È il 9 marzo 1979. Per Michele Reina, segretario provinciale della Democrazia Cristiana di Palermo, quel venerdì era stata una giornata faticosa. Nel pomeriggio aveva partecipato, come ospite, al XV° Congresso provinciale del PCI e, nel suo intervento, aveva ribadito le linee guida della sua rivoluzione all’interno della Democrazia Cristiana, invitando gli atavici antagonisti ad una politica più unitaria. La serata, trascorsa a casa di amici in compagnia della moglie, era stata una ventata di leggerezza e relax. Erano circa le 22:30 e forse pensava a questo, mentre, in via Principe di Paternò, sedeva al posto di guida della sua auto, un’Alfa Romeo Alfetta 2000 blu, per rientrare a casa. Al suo fianco sedeva Mario Leto, amico ed esponente del PRI, mentre, sul sedile posteriore, sedevano la moglie di Leto, Giulia, e Marina, la moglie di Reina. All’improvviso, una Fiat Ritmo grigia affianca l’Alfetta. Due uomini scendono velocemente dall’auto mentre un terzo rimane sulla Ritmo con il motore acceso. Iniziano a sparare ripetutamente. Uno dei killer, mentre spara, ride. Quel sorriso beffardo rimarrà sempre nella memoria della signora Marina. Michele Reina muore all’istante bersaglio di tre proiettili che lo colpiscono al collo, al torace e alla testa. Mario Leto, ferito a una gamba, estrae la pistola che portava con sé e, nonostante le violente fitte di dolore, esce dall’auto sparando contro i killers, che a viso scoperto, fuggono sulla Ritmo, la cui targa risulterà appartenere ad una Fiat 128 rubata poche ore prima. Intorno alla mezzanotte, suona il telefono del Giornale di Sicilia. La voce, dall’altra parte dell’apparecchio, è chiara e sicura. Parla a nome di Prima Linea, gruppo armato tra i più attivi del terrorismo rosso in quel momento storico: “Abbiamo giustiziato il mafioso Michele Reina”. Le indagini prendono subito il via tenendo conto anche della rivendicazione. L’indomani arriva una telefonata al quotidiano L’Ora. Un uomo, non meglio identificabile, si qualifica come appartenente alle Brigate Rosse e, oltre a minacciare altri attentati, dichiara ”Faremo una strage se non sarà scarcerato il capo delle Brigate Rosse, Renato Curcio”. Ma il balletto delle rivendicazioni non termina. Tre giorni dopo un nuovo comunicato di Prima Linea: “Non abbiamo giustiziato Michele Reina, anche se la mafia fa di tutto per addossarci questo delitto”. Subito dopo un ulteriore comunicato: “Qui Prima Linea, abbiamo le prove di quanto detto poco fa. Faremo di tutto per farvele avere”. Eversione di sinistra? Politica? Mafia? Ma, soprattutto, chi è Michele Reina e qual è il contesto in cui si muoveva il politico siciliano?

Michele Reina

Quarantasette anni, Michele Reina era il segretario provinciale della Democrazia Cristiana. Aveva sostenuto, per anni, la corrente fanfaniana del suo partito, quella che faceva riferimento a Vito Ciancimino e Giovanni Gioia. Poi la rottura e aveva deciso di entrare nella corrente che faceva riferimento a Giulio Andreotti, sull’onda delle aperture nazionali che erano in atto tra la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista Italiano. Eletto segretario provinciale del partito nel 1976, Reina era stato uno dei principali fautori e sostenitori della costituzione della nuova maggioranza interna al partito. Dopo la sua elezione aveva contribuito, assieme all’allora segretario regionale Rosario Nicoletti, alla formazione della giunta Scoma – dal nome di Carmelo Scoma, Sindaco democristiano di Palermo dal gennaio 1978 al novembre dello stesso anno – che rappresentava il primo momento di attuazione della politica di apertura alle sinistre. Reina diventa, in breve, uno dei fautori e protagonisti siciliani di questa nuova politica del partito e, forse anche una personale e pragmatica aspirazione ad accrescere il proprio personale peso politico, determina una sua progressiva sovraesposizione.

A Palermo, Reina, aveva appena compiuto un’operazione che, già nel passato recente era fallita: l’apertura di un tavolo tra la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista Italiano per raggiungere un accordo di governo. Ed era stato questo il motivo principale per cui, quel 9 marzo 1979, partecipò al congresso del PCI e, nel suo discorso, parlò esplicitamente del progetto. Operazione politica coraggiosa, ma che poteva dare fastidio a troppi attori della scena del momento. Innanzitutto ai suoi antagonisti nella faida interna alla DC, che si è iniziata a consumare in quegli anni. Forse anche all’estrema sinistra, che non vedeva di buon occhio gli accordi tra un partito comunista e l’allora partito filo-clericale. Ma anche per la mafia un avvicinamento ai comunisti da parte della Democrazia Cristiana rappresentava un pericolo enorme, anche per le logiche anti-comuniste che i Corleonesi, sin dal loro esordio con Lucianeddu Leggio – più comunemente conosciuto come Luciano Liggio – avevano espresso. Le informative redatte dalla Squadra Mobile di Palermo, parlano anche delle rivendicazioni dell’estrema sinistra e, a Palazzo di Giustizia, sembrano essere una pista plausibile. Ma qualcosa non torna e quindi non si può escludere l’omicidio mafioso.

Il dottor Giorgio Boris Giuliano, capo della Squadra Mobile di Palermo che, all’epoca, si occupò delle indagini

Il dottor Giorgio Boris Giuliano – capo della Squadra Mobile di Palermo, che coordinò le indagini – in quei giorni ebbe a dichiarare alla stampa: “Noi stiamo esaminando il delitto Reina come un fatto di sangue, senza privilegiare alcuna matrice. Certo, alla luce delle telefonate arrivate al centralino di un giornale palermitano, le cose si incominciano a complicare”. Le indagini si sviluppano su due piste, due binari paralleli che a un certo punto s’incontrano. La prima ipotesi, la più accreditata, è quella mafiosa mentre la seconda, quella privilegiata dal Palazzo di Giustizia, è quella di matrice politica. Dopo qualche giorno si comincia a delineare un movente caratterizzato da un intreccio di interessi politico-mafiosi. Ai funerali di Michele Reina partecipano i vertici della Democrazia Cristiana nazionale: il segretario nazionale Benigno Zaccagnini, l’uomo-ombra di Andreotti Franco Evangelisti, i siciliani Piersanti Mattarella, Salvo Lima, Giovanni Gioia e Mario D’Acquisto. Le indagini girano a vuoto a lungo, mentre il sangue continua a bagnare le strade di Palermo. Il 16 luglio del 1984, davanti al dottor Giovanni Falcone e al dirigente della Criminalpol dottor Giovanni De Gennaro, Tommaso Buscetta – boss dei Due Mondi e neo collaboratore di giustizia – inizia il suo lungo racconto su Cosa Nostra. Il racconto di Buscetta parte dal 1963, anno della strage di Ciaculli, arrivando sino alla prima guerra di mafia e proseguendo sino all’ascesa al potere da parte dei Corleonesi. Buscetta è un fiume in piena: descrive Cosa Nostra nei minimi particolari e parla dei tanti omicidi compiuti dagli “uomini d’onore”. Sull’uccisione di Michele Reina, in quel primo racconto verbalizzato dice espressamente: “Anche l’onorevole Reina è stato ucciso su mandato di Salvatore Riina”. Solo otto anni più tardi, il 22 aprile del 1992, a Palermo si aprirà il processo per quelli che saranno definiti omicidi politici: tra questi quello di Michele Reina, di Piersanti Mattarella, ucciso il 6 gennaio 1980, e Pio la Torre, ucciso il 30 aprile 1982. Nell’aprile del 1999, dopo i primi due gradi di giudizio, il processo è approdato in Cassazione, dove sono stati confermati sia l’impianto accusatorio sia le pene erogate. Con Salvatore Riina, sono stati condannati al carcere a vita Bernardo Provenzano, Pippo Calò, Michele Greco, Bernardo Brusca, Francesco Madonia e Antonino Geraci. Dalle dichiarazioni di Francesco Di Carlo – mafioso di rango della famiglia di Altofonte e oggi collaboratore di giustizia – emerge che fu Vito Ciancimino a chiedere a Bernardo Provenzano l’eliminazione di Michele Reina. Oltre che nella lotta politica interna al partito, era diventato il suo principale oppositore rispetto alle disinvolte politiche nella gestione degli appalti relativi alla costruzione della nascente Palermo2.

Michele Reina era nato nel 1932. La sera del 9 marzo 1979 stava rientrando a casa con la moglie e due amici. Fu ucciso dal piombo della mafia corleonese davanti ai loro occhi mentre uno dei due killers, beffardo, rideva.

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