Seduti in riva al fiume

Editoriale di Mauro Seminara

Diteci con chi vi volete alleare! Così urlò l’ultimo prima di cadere al suolo esanime. La scena evocata da queste due frasi non è frutto di delirio, ma la caricatura di ciò che sta accadendo e che si verificherà a breve. Silvio Berlusconi ha già detto ai suoi elettori che rimane il regista della coalizione di centrodestra. Ma perché dirlo ai suoi elettori con un video pubblico se su questo non dovrebbero esserci dubbi? Forse perché i dubbi ci sono eccome. Complimenti a Salvini, rivolti da Berlusconi, che adesso pretende però di guidare la coalizione senza dover dipendere e pendere dalle labbra di nonno Silvio. Un partito che non riesce a sfondare al sud, ci mancherebbe, ma che ha rotto i confini della Padania e si è attestato leader di coalizione in tutto il centronord Italia. Dall’altra parte, Giorgia Meloni batte i pugni sul tavolo facendo notare che il suo 4% non è di poco conto e che senza questa componente si possono scordare la maggioranza. In effetti, senza il 4% di Fratelli d’Italia la coalizione di centrodestra ha la stessa percentuale del Movimento Cinque Stelle che però ha diritto e precedenza essendo una lista unica. Nessuno dei due schieramenti, i tre di centrodestra già alle prime scaramucce e i pentastellati, hanno però 316 seggi alla Camera e neanche 157 al Senato e quindi, da “soli”, non possono sperare di formare un Governo. Quindi? Basta aspettare. Le Camere si dovrebbero insediare il 23 marzo. Da oggi a quella data ci passano in mezzo poco più di due settimane, e non è detto che non ci saranno forme di suicidio politico a colorire le pagine della politica in questo frattempo.

Matteo Renzi, ad esempio, pretende di decidere cosa dovrà fare il Partito Democratico in questa fase e ha la modesta pretesa di farlo da dimissionario. Lui lascerà la segreteria del partito, ma solo dopo aver imposto al fallimentare PD la linea politica in fase di costituzione della maggioranza e del Governo. Il nuovo corso del Partito Democratico dovrà nascere quindi nel solco obbligato dalla vecchia guida. Stessa guida che lo ha diretto a tutta velocità su un muro di cemento armato al suono di “state sereni, guido io”. Una minoranza esigua del PD sarebbe anche disposta a sostenere il Governo del Movimento Cinque Stelle, ma è una minoranza fin troppo esigua. Il “dimesso ma non dimesso” segretario è decisamente contro l’eventuale alleanza con i Cinque Stelle, e dello stesso logico avviso sono altri colonnelli di partito tra cui il neoiscritto Carlo Calenda. Il Partito Democratico, d’altro canto, è l’unico partito con l’obbligo di sostegno dell’unica maggioranza possibile. Obbligo morale di ineludibile responsabilità politica che trae origine nella stessa legge elettorale che il Partito Democratico ha ufficialmente redatto, firmato, calendarizzato e blindato con la fiducia e che adesso ha prodotto questo stallo. Una palude politica che mostra, ancora una volta, l’unico scopo per cui il “rosatellum” era stato ideato. Basti vedere il caso della Sicilia, dove i seggi conquistati dal Movimento Cinque Stelle sono più dei candidati disponibili. La legge firmata da Rosato quindi, tra le altre cosucce non considerate, non aveva tenuto conto del rapporto voti-candidati e non si aspettava quindi un simile plebiscito in Sicilia, dove Matteo Salvini sperava che il Partito Democratico prendesse almeno il 22% dei voti.

Il Partito Democratico, in estrema sintesi, per parecchio tempo dovrà saggiamente disertare ogni dibattito televisivo in cui saranno presenti esponenti del Cinque Stelle. Anzi, dovrà proprio tenersene alla larga per scongiurare il rischio che un “incapace grillino” gli sbatta in faccia la legge Rosato ed i suoi effetti. Non dal voto ma da settimane e settimane, i media propongono l’ipotesi di alleanza tra il M5S e la Lega. Niente di più divertente. Ipotesi che farà ridere, e parecchio, anche Matteo Salvini che adesso vede acquisibili i voti del vecchietto di Arcore e dell’alleata ex missina. Il partito di Salvini, ex Lega Nord ed oggi solo Lega, potrebbe essere alle prossime elezioni il partito unico di centrodestra. Non passa neanche per sbaglio nella testa di Matteo Salvini l’idea di ripudiare la coalizione di centrodestra per sostenere un Governo ed una maggioranza a trazione indiscutibilmente pentastellata che lo divorerebbe fino al totale annullamento. D’altro canto, non ha nessuna intenzione il Movimento Cinque Stelle di siglare “alleanze”, come tutti si aspettano e vorrebbero. Di Maio ha espresso in modo chiaro e semplice il concetto, ma forse non è ancora arrivato chiaro a tutti. Quel “Adesso tutti dovranno venire a parlare con noi” ha un significato ineccepibile: il Movimento Cinque Stelle “non uscirà allo scoperto” – come grandi e prestigiosi analisti sperano – proponendo alleanze in netta contravvenzione del proprio dogma. Sarebbe ovviamente pura follia. Un suicidio politico come quello di Salvini che lascia il centrodestra per il M5S. La loro intenzione non potrà essere diversa da quella declamata fino allo sfinimento di fronte ad ogni giornalista che, da quando sono nati, cerca di classificarli chiedendogli con chi si alleeranno in caso di vittoria alle elezioni. Quando verrà il momento di un mandato ispettivo a Luigi Di Maio, il capo politico del Movimento avrà già davanti uno scenario apocalittico. Il PD ed il centrodestra saranno già vittime di loro stessi e nessuno saprà, come non lo sa adesso, come venire fuori da questo casino. Tutti confusi e con il pulsante di autodistruzione già pigiato tranne Luigi Di Maio e Matteo Salvini, consapevoli entrambi che alle successive elezioni – conseguenti proprio al casino partorito dal PD – saranno leader dei partiti di un vero e proprio bipolarismo.

Il Movimento Cinque Stelle dovrà solo essere coerente e giungere al mandato, che a fine mese dovrà conferirgli il presidente della Repubblica, con la proposta di sostegno ai punti di programma e – probabilmente – vederselo rifiutare. Dopo, anche fosse ancora il rosatellum la legge elettorale, alle elezioni prenderà almeno 7 voti su dieci. Il Partito Democratico potrebbe intanto non essere riuscito a sopravvivere a Matteo Renzi. Dovrebbe comunque rifondarsi e trovare di nuovo una guida che, questa volta, oltre che carismatica ed aggregante dovrà essere davvero genuinamente di sinistra. Altrimenti anche la sede del Nazareno potrà andare all’asta. Sempre che nel frattempo Potere al Popolo non sia diventato un vero partito. Forza Italia ha già perso il suo ribollito leader e anche la leadership, ed al prossimo voto risulterà non pervenuta. Fratelli d’Italia dovrà contendersi quei pochi voti con gli estremisti di destra, come Forza Nuova e CasaPound. Liberi e Uguali non esisterà più ed i suoi fondatori dovranno sperare che la nuova guida della sinistra tenga loro in considerazione ed uccida il vitello grasso. Da lunedì mattina non si sente altro che ipotesi di alleanze per costituire una maggioranza di Governo. A parte scenari fantascientifici come il martellante M5S-Lega, l’unico pendolino è il Partito Democratico che, come già detto, è anche il responsabile unico dell’irrealizzabile maggioranza. Il PD dovrà scegliere se sostenere una maggioranza di centrodestra oppure il Movimento Cinque Stelle. In entrambi i casi il Partito Democratico soccomberà. La sua unica, flebile, possibilità e speranza è il Governo Gentiloni-bis. Un Governo imposto dal Quirinale, pro-tempore e solo fino alla nuova legge elettorale. In tal modo il PD potrebbe sopravvivere giusto per la durata del Gentiloni-bis e poi sparirà all’orizzonte della nuova legge elettorale, colpevole di aver voluto il rosatellum, di non essersi assunto le sue responsabilità permettendo in un periodo così delicato la formazione di una maggioranza e di aver devastato se stesso e la sinistra. Nel frattempo, il Movimento Cinque Stelle sta seduto in riva al fiume a veder passare i cadaveri dei suoi avversari.

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