Boom

Editoriale di Mauro Seminara

La prima inconfutabile risultanza delle elezioni politiche di ieri è la pesante sconfitta del Partito Democratico di Matteo Renzi. Se poco elegante apparirebbe il dire che era evidente già dal 2015 il risultato del 4 marzo 2018, si può forse girare l’affermazione in domanda e chiedere: ma davvero qualcuno credeva che Matteo Renzi sarebbe riuscito in qualcosa di diverso dall’attuale risultato? Prodigiosamente ha rottamato – e solo in questo concetto è stato coerente – il primo partito nazionale in pochi anni. Lo ha disintegrato con una deflagrazione interna e lo ha snaturato nella sua identità politica fino ad attestarsi su un dato nazionale prossimo a quello della Lega. Sotto il 20% non c’è segreteria e direzione nazionale personalizzata o a comando che tenga, e la notte del segretario di partito sarà stata insonne oltre che caratterizzata da incubi ad occhi aperti. Decine di colleghi di partito che tentano di addentare la giugulare del dittatorino toscano sarà probabilmente l’immagine più ricorrente. Flop fragoroso anche per gli esuli di Liberi e Uguali. Il dato del Partito Democratico, unito a quello di Liberi e Uguali, malgrado la migrazione degli elettori finalmente consapevoli che il PD non era un partito di centrosinistra, avrebbe tenuto il partito di Renzi oltre il 20%. Se invece avesse mantenuto – oltre ad un dialogo aperto tra le correnti interne invece di instaurare una tirannia – anche un minimo di attenzione verso il sud e i lavoratori, forse non sarebbe crollato in questo modo mantenendo più appeal di Forza Italia e Lega unite e non avrebbe ceduto voti al M5S. Ma hanno preferito Bersani fuori e Casini dentro; che altro si può dire se non che ci si attende oggi le dimissioni – e si spera davvero il definitivo ritiro dalla vita politica – di Matteo Renzi? Un leader di partito e premier che non ne azzecca una neanche per sbaglio, ma che ogni volta fa “all in” e ci si gioca tutto, non può certo pensare di essere capace nel guidare un partito, men che meno un Paese. La presunzione però, purtroppo, rende ciechi più dei film con Edwige Fenech.

Se al Nazareno c’è un branco di pitbull affamati che non riconosce più il padrone e risponde solo all’istinto, ad Arcore le cose non vanno certo meglio. Il nonnetto che perdeva la memoria durante le ospitate televisive in campagna elettorale, che confondeva l’euro con le lire, che sparava cifre a caso e che manifestava i più svariati acciacchi neurali dell’età, ha ceduto il passo al partito che doveva essere il suo secondo. La Lega ha infatti sorpassato Forza Italia e adesso il duo Salvini-Meloni “divoreranno il padre”. Qui però si apre uno scenario tragicomico in cui ci si chiede chi pretenderà di essere il premier da proporre al Quirinale. Il leader made in Arcore è ormai giunto a fine corsa, e questa volta Renzi non lo potrà resuscitare. Anche perché prima qualcuno dovrebbe resuscitare Renzi. Senza la fu carismatica guida catalizzante di Silvio Berlusconi non esiste più Forza Italia. Senza la componente moderata di centrodestra il duo Lega e Fratelli d’Italia non formerà un Governo con speranze di sopravvivenza superiore ai dodici mesi. La maggioranza dei voti alle liste l’ha conseguita comunque la coalizione di centrodestra, ma questa è un insieme in cui non erano d’accordo neanche sul candidato premier e continuavano a contraddirsi anche sul programma elettorale. Come potrebbero costituire una maggioranza ed un Governo? E quanto potrebbero sperare di reggere prima che l’assurdo Governo cada? Problemi di Sergio Mattarella.

Il presidente infatti ha adesso da affrontare le conseguenze delle proprie azioni. Se avesse respinto la legge elettorale – troppo chiedere pronunciarsi già quando la legge ignobile veniva forzata con la fiducia del Governo? – forse avremmo una maggioranza in grado di avere i numeri sia alla Camera che al Senato. Ma forse anche al presidente stava bene che una certa forza politica – si fottano gli elettori, il popolo sovrano, la democrazia – non arrivasse neanche per sbaglio a vincere, letteralmente, le elezioni. Quindi ha firmato una legge in cui le preferenze erano limitate ad un terzo del totale ma con il rischio di confusione e di annullamento delle schede, per una campagna elettorale senza manifesti e “santini” dei candidati e che avrebbe dovuto sbarrare la strada al M5S costringendo i partiti ad unirsi in coalizioni a causa della quota di sbarramento. Fermo restando che sia la Corte Costituzionale che gli elettori avevano sentenziato la costituzionale necessità di poter esprimere le preferenze per eleggere i propri rappresentanti in Parlamento. Questa legge elettorale ha prodotto, a fronte di una affluenza alle urne che in Italia non si vedeva da tempi immemori, un partito unico con un terzo della fiducia nazionale e un gruppo di partitini da 17, 14 e 4% alleati in una pseudo-coalizione che in teoria potrebbe ricevere il mandato dal Colle. Ma in rappresentanza di quale maggioranza di italiani non è chiaro neanche se si rilegge per intero l’intera Costituzione.

Su altri fronti ci sono casi più o meno patetici di obiettivi mancati, dalla petunia di Lorenzin al Bilderberg di Bonino. Quest’ultima, alla guida di +Europa, dovrebbe aver compreso dalla scelta del nome e dalla risposta degli elettori che gli italiani vogliono solo +Italia e decisamente -Europa. Forse la risposta a Emma Bonino è stato proprio l’exploit di Matteo Salvini, il cui slogan – in origine di CasaPound – è stato appunto “prima gli italiani”. CasaPound ha visto dal canto suo infrangersi alla prima prova le proprie ambizioni. Un 1% magro che dovrebbe scoraggiare questo genere di estremismo con ambizioni politiche, ma che, a giudicare dalle dichiarazioni di Simone Di Stefano in un ridicolo battibecco con Enrico Mentana, non sembra abbiano compreso bene quale esigua minoranza rappresentino in termini elettorali. Il doppio dei voti li ha ricevuti invece Potere al Popolo che in diretta Tv esultava alticcio non negando che l’euforia era dovuta con buona probabilità all’alcol. Ben al di sotto del modestissimo 2%, ma secondo loro – o secondo l’alcol – tra cinque anni potrebbero essere La forza politica di sinistra. Le elezioni di ieri sono comunque state un bel botto. Gli italiani sono andati a votare: prodigioso. Una forza politica omogenea ha preso oltre il 30% senza alleanze, coalizioni, inciuci, ammiccamenti. Il Partito Democratico ha finalmente capito che deve cambiare pusher – erano davvero convinti di recuperare e di poter addirittura essere il primo gruppo parlamentare – non avendo raggiunto neanche il 20%, non avendo alleati che hanno superato la quota di sbarramento e potendo contare i collegi vinti giusto nelle dita di una mano. Il 4 dicembre 2016 gli italiani hanno detto a Matteo Renzi “te ne devi andare”, ed il 4 marzo 2018 gli hanno detto “allora non lo hai capito che te ne devi andare!”. Se non è il giorno 4 che gli porta sfiga, allora è tonto.

Gli unici che hanno vinto sono i Cinque Stelle. Non per il 33% conseguito come lista, ma per lo scenario politico che hanno così creato. Riuscire a mettere un fiammifero acceso in mano al presidente della Repubblica non è da tutti. Adesso decide Mattarella, e qualunque ipotesi è solo utile a dire o scrivere qualcosa per non tacere in Tv o sui giornali. Il presidente farà un giro di consultazioni e deciderà. Ma il Movimento Cinque Stelle adesso ha un numero di parlamentari tale da poter essere l’ago della bilancia in ogni gioco politico. Come hanno già dichiarato, tutti dovranno obbligatoriamente parlare con loro. Se il presidente gli offrirà di provare ed eventualmente chiedere la fiducia in Parlamento avranno vinto, perché presenteranno il loro programma e chiunque li farà cadere se ne assumerà la responsabilità con gli italiani. Responsabilità in linea con una possibile fuga all’estero per cautela. Se li costringeranno ad un ruolo di opposizione con il 33%, partito in assoluto più votato e che ha più del 10% dei voti rispetto al secondo classificato, in Italia saranno presumibili stati di grave agitazione sociale. Per gli elettori, uno su tre, rappresenterebbe un golpe. Comunque, una simile e consistente opposizione causerebbe una breve vita del Governo, ed alle successive elezioni il Movimento Cinque Stelle prenderebbe il 50% dei voti se non più. Cioè, avrebbe la maggioranza assoluta con qualunque legge elettorale, la chiamassero pure “troiellum”. Boom. Gli italiani hanno costretto i manovratori ad uscire allo scoperto. Adesso vedremo se la Costituzione, se la democrazia, sono più o meno importanti delle direttive sovranazionali che subiamo da anni. Saranno giorni duri e complessi i prossimi. Forse saranno duri e complessi anche i prossimi mesi. Ma al momento tiriamo il fiato un momento e ci godiamo la rottamazione di Renzi e Berlusconi con la stessa elezione.

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