Che paura!

Editoriale di Mauro Seminara

Siamo freschi di sala con The Post, il film diretto da Steven Spielberg che narra eroiche gesta giornalistiche statunitensi. Una favola ricca di ideali giornalistici puri, in cui il direttore del Washington Post risponde ad un suggerimento dell’editore con un secco “Stai sconfinando”. Un film premiato che ha anche incassato parecchio ai botteghini. La trama dell’ultimo lavoro firmato Spielberg è composta da due binari paralleli: la rivalsa di una donna in un mondo maschilista in cui solo gli uomini erano considerati possibili manager e quella di un giornale coraggioso che decide di sfidare la Casa Bianca di Nixon pubblicando gli stessi documenti per cui il presidente aveva già dichiarato guerra al più grosso e potente New York Times. Applausi quando i protagonisti della storia pronunciano frasi come “la stampa è al servizio dei governati e non di chi governa”. Emozione quando la corte decide che, pur essendo classificati “Top secret” i documenti in oggetto, non può essere lesa la libertà di informare il popolo e pertanto il New York Times ed il Washington Post non potevano subire obblighi e divieti dalla presidenza degli Stati Uniti. Che meraviglia!

Chissà quanti in Italia hanno applaudito al coraggio dell’editrice, interpretata da Meryl Streep, e del direttore interpretato da Tom Hanks. Due beniamini del grande schermo che interpretano due eroi del giornalismo degli anni ’70. Due schiene dritte, che non si piegano alle minacce del presidente degli Stati Uniti e pubblicano la verità sulla guerra in Vietnam costata la vita a migliaia di giovani americani. In Italia si è parlato del film, ma poi, accendendo la televisione, la rima è subito cambiata. Il cinema serve per sognare, e quello di Hollywood riesce a far sognare anche se la versione cinematografica è lontana dalla realtà e ben più misera. La realtà italiana odierna però è ben peggiore di quella di altri Paesi, siano essi a stelle e strisce o a croci unite.

Se il direttore del Post viene applaudito per aver pubblicato documenti classificati Top secret dal Governo americano a cui sono stati illegalmente sottratti, il direttore di Fanpage viene messo in discussione per i metodi utilizzati nell’inchiesta che ha dimostrato come in Campania la corruzione raggiunge ogni livello, e i rifiuti tossici continuano ad avvelenare i residenti anche per merito dei funzionari pubblici e dei politici. Rifiuti tossici che da decenni finiscono nelle terre campane, sepolti nelle campagne, negli orti, sotto casa. L’inchiesta di Fanpage è coraggiosa. Sfida la malavita organizzata, la camorra che controlla il territorio in cui la redazione del giornale Fanpage ha sede. Ma non siamo al cinema. Niente applausi. Anzi, ci sarebbe pure qualche critica. L’agente provocatore, ad esempio. Pessimo metodo. Su questo punto sono tutti d’accordo: politici e giornalisti. Persino il direttore – oggi candidato in politica – del periodico che più di tutti negli ultimi anni ha condotto inchieste giornalistiche per le quali gli inviati sono stati rinviati a giudizio, si è detto perplesso o preoccupato per l’uso dell’ex camorrista quale agente provocatore.

Fanpage ha impiegato un credibile ex camorrista, già specialista nel traffico di rifiuti, per portare allo scoperto il giro di avvelenatori corrotti che dalle poltrone delle pubbliche amministrazioni contribuiscono all’uccisione dell’ambiente per ottenere percentuali e tangenti. Un credibilissimo camorrista con cui fare affari per far sparire fanghi da depurazione e spartire soldi pubblici con tariffe gonfiate fino ai limiti. Tanto sono soldi della collettività, chi se ne importa! Ma il processo, quello mediatico, lo ha subito il direttore di Fanpage. L’argomento sul tavolo è stato quindi solo il giornalismo corretto o non corretto e l’uso dell’agente provocatore, non il risultato. Nunzio Perrella, l’ex camorrista complice di Fanpage, non era però un agente provocatore. Lui non è andato a proporre tangenti a qualcuno che se ne stava tranquillo a fare il suo lavoro. Perrella ha solo fatto sapere che era tornato nel giro, e lo hanno invitato al tavolo per un affare. Polemiche, dubbi, accuse ed il gioco è fatto. Abracadabra, il traffico di rifiuti e la corruzione non ci sono più. Al loro posto compaiono pessimi esempi di giornalismo in cui si impiega un ex camorrista per procurare le prove giornalistiche, video-documentate, di quanto e come sia diffusa la corruzione nella pubblica amministrazione e fino a quanto questa riesca ad essere bieca.
Il problema quindi è l’agente provocatore. Una figura che qualcuno ha perfino nel proprio programma elettorale per inserirla nel prossimo ordinamento giuridico – qualora ottenesse la maggioranza – autorizzandone funzione alle forze dell’ordine.

L’agente provocatore no! E va stroncato subito. Che nessuno pensi possa essere una cosa buona. Anzi, chi ne ricorre all’uso va condannato. Ma scarse le proposte nei dibattiti a cui si è prestato, partecipando, il direttore di Fanpage. Non è stato proposto, ad esempio, un paragone tra questo mostruoso agente provocatore di Fanpage e quello che quotidianamente riceve applausi nel programma Le Iene. Quando un cosiddetto “gancio” delle Iene Mediaset si reca al B&B – con insegna Hotel Elena – del giudice Giusto Sciacchitano e chiede una camera che pagherà in contanti accollandosi di non ottenere una ricevuta, non sta assolvendo alla funzione di agente provocatore? Se la camera gli viene affittata, pur non essendoci alcuna licenza né alcuna posizione fiscale, e la violazione di legge viene documentata, il gioco è fatto. Ma fino a ieri l’agente provocatore non aveva fatto saltare i nervi come nel caso della corruzione in politica e nella pubblica amministrazione, quindi andava bene.

La tragicomica definizione di correttezza giornalistica, se non addirittura di cosa è giornalismo e cosa non lo è, arriva all’assurdo con l’episodio dello Zen-2 di Palermo. L’inviato-acrobata di Striscia la Notizia, ultimamente specializzato nel subire aggressioni conseguenti a servizi in luoghi impenetrabili, ha tentato di documentare il quartiere-ghetto di Palermo. Una centrale dello spaccio e del malaffare, progettata probabilmente da un architetto mentalmente disturbato, con la forma di un carcere-quartiere. Impenetrabile alle forze dell’ordine, alle troupe televisive ed agli estranei. Costellato di vedette che segnalano ogni movimento anomalo a chi sta nelle vie-labirinto della zona centrale. L’inviato del Tg satirico ha ricevuto una pioggia di sassi ed un colpo di pistola d’avvertimento che ha forato la portiera dell’auto di troupe. Ci si dovrebbe preoccupare perché allo Zen-2 c’è che pensa che si possa intimidire anche una troupe televisiva nazionale – di un programma da 6-8 milioni di spettatori a sera – senza dover subire ripercussioni dallo Stato. Ma chi pensa di poterlo fare, allo Zen-2, ha ragione. Purtroppo. Perché la reazione dello Stato allo Zen-2, la “Zona Espansione Nord 2” di Palermo, per essere credibile avrebbe bisogno di uno o due elicotteri, un centinaio di volanti, pullman carichi di agenti per un totale approssimativamente pari ad un piccolo esercito. Invece, la conseguenza unica è la critica all’inviato che voleva mostrare come lo Zen-2 sia una enclave in cui lo Stato non ha alcuna autorità. Voleva fare lo show. Voleva dimostrare l’ovvio. Voleva far vedere quello che tutti sanno. Questo non è giornalismo. Quanti commenti!

Quindi, quello di Fanpage non è giornalismo, perché utilizza metodi discutibili per dimostrare l’ovvio, il segreto di Pulcinella che tutti conoscono. Quello dell’acrobata di Striscia non è giornalismo, perché in fondo voleva solo farsi aggredire – o magari proprio sparare – per fare il colpaccio e aumentare i suoi spettatori dimostrando l’ovvio. Nulla di tutto ciò è giornalismo, perché se si vuol dimostrare l’ovvio con metodi “deontologicamente discutibili” non è “buona informazione”. E chissenefrega se finalmente è stato documentato chi propone gli affari sporchi alla camorra e quanto sia stratificata e consolidata la corruzione la dove vengono impiegati fondi pubblici. Chissenefrega se esiste da oltre 40 anni un ghetto in cui si spaccia ogni genere di droga, all’ingrosso ed al dettaglio, si trafficano armi ed auto e moto rubate, si raccolgono voti per i politici e manovalanza per la mafia, si devastano puntualmente i laboratori dell’unica scuola che tenta di sottrarre i ragazzi al malaffare e si fa di tutto per mantenere il quartiere così, privo di servizi e lontano anni luce dagli standard sociali. Chissenefrega di vederli documentati, mostrati alle masse, denunciati ad alta voce. Tanto, non è altro che “ovvio”. Niente più che “un segreto di Pulcinella”. Quindi, per favore, smettiamola con questa sostanza e badiamo con attenzione massima alla forma. Preferisco non sapere che un funzionario è corrotto – e sperpera denaro che è anche mio – se le prove me le procura un agente provocatore, un ex camorrista per giunta! Poi, se proprio devo sentire cosa dice un mafioso, ex mafioso o parente di mafioso, guardo la presentazione del libro del figlio di Totò Riina a Porta a Porta. Mica Fanpage! Almeno posso scoprire che Totò Riina era un bravo ed amorevole padre, invece delle ovvietà di Fanpage e Vittorio Brumotti.

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