Roberto Parisi e Giuseppe Mangano, 23 febbraio 1985

Roberto Parisi ed il suo autista, Giuseppe Mangano, furono uccisi in un agguato mafioso il 23 febbraio 1985. Colpire Parisi rappresentò un segnale forte diretto a chiunque avesse osato sfidare il racket, per eliminare in maniera preventiva qualsiasi forma di ribellione al “pizzo” e assoggettare l’economia territoriale

In copertina: Roberto Parisi, al tempo presidente del Palermo Calcio

È la mattina del 23 febbraio 1985. Sono circa le 8:30. Roberto Parisi, noto imprenditore palermitano, è a bordo di una Fiat 131 guidata da Giuseppe Mangano, il suo autista di fiducia. L’auto sta percorrendo la strada che corre parallela alla via per l’Aeroporto palermitano, nella zona tra i quartieri Partanna-Mondello e Tommaso Natale. Sono oramai giunti a poche centinaia di metri dalla Icem, la società di cui Parisi è titolare. La Fiat 131 è affiancata da una Fiat Panda e da una Fiat Ritmo mentre, poco più avanti, ferma, in attesa, c’è una Renault 4. All’improvviso, dai finestrini delle auto, spuntano diverse pistole e una mitraglietta. Giuseppe Mangano è colpito immediatamente, l’auto sbanda, sbatte contro alcuni cassonetti dell’immondizia. I killers, a piedi, raggiungono Parisi e Mangano, agonizzante. Sparano senza pietà su entrambi. Inutile il trasporto in ospedale. Mangano muore sull’asfalto, mentre Parisi dopo due ore di agonia.

Torinese di nascita, Roberto Parisi, classe 1931, sposa in prime nozze Elvira De Lisi dalla quale ha una figlia, Alessandra. Imprenditore attivo a Palermo sin dai primi anni ’70, Parisi è il titolare della Icem – che gestisce l’appalto per la manutenzione dell’illuminazione pubblica di Palermo – e della Icem Quadri Elettrici, della Compagnia Tecnica Siciliana, e di due aziende specializzate nell’allevamento di pesci, la Isola Longa e la Società Itticoltura Meridionale. In totale, le aziende di Parisi, occupano quasi cinquecento dipendenti. Roberto Parisi, nel 1981, risultò essere in testa alla classifica dei contribuenti palermitani con oltre 800 milioni di reddito dichiarati. La sua Icem, è l’unica concorrente agguerrita in un mercato che è predominio del gruppo Cassina, famiglia d’imprenditori palermitani, i cui legami con la criminalità organizzata verranno poi alla luce negli anni. Parisi è un imprenditore moderno e spregiudicato. Riesce a far crescere la propria azienda sino a metterla in condizione di ottenere appalti per la rete elettrica, anche in Tunisia. È nominato Cavaliere del Lavoro, diventa vicepresidente dell’Associazione Industriali. Nel 1980 una grave disgrazia colpisce la sua famiglia. La moglie Elvira e la figlia Alessandra, sono su quel maledetto DC-9 che da Bologna era diretto a Palermo, il volo Itavia che terminò nel Tirreno meridionale. Nel 1982 diventa presidente del Palermo Calcio. La squadra, in serie B dal campionato 1970-71, agonizza ormai da diversi anni e, proprio al termine del campionato 1983-84, è retrocessa nella serie C1. Suo malgrado, Parisi sarà ricordato come uno dei presidenti del Palermo Calcio più contestati. Si risposa con Gilda Ziino, dalla quale avrà una figlia, Enrica. In quegli anni, la mafia era in evidente difficoltà e aveva deciso di reagire. Le dichiarazioni di Tommaso Buscetta, il boss mafioso collaboratore di giustizia, le indagini del pool antimafia che portarono all’istruzione del maxi-processo, rischiavano di minare la sua solidità, basata, innanzitutto, sul controllo del territorio.

L’assassinio di Roberto Parisi e di Giuseppe Mangano nella prima pagina del Giornale di Sicilia

Colpire Parisi rappresentò un segnale forte, diretto a chiunque avesse osato sfidare il racket, per eliminare in maniera preventiva qualsiasi forma di ribellione al “pizzo” e assoggettare l’economia territoriale. Dopo la sua morte, fu reso noto che la Icem era stata oggetto di indagini da parte del pool antimafia. Per il suo omicidio si autoaccusò, dieci anni dopo, Emanuele Di Filippo – uomo d’onore della famiglia di Ciaculli e portaordini di Totò Riina – che è stato poi condannato a quindici anni di carcere. La Corte d’Assise di Palermo ha confermato gli ergastoli per Giuseppe Lucchese, Francesco Tagliavia e Lorenzo Tinnirello. Dopo Gennaro Musella, ucciso dalla mano armata della ‘ndrangheta il 3 maggio 1982, Roberto Parisi fu uno tra i primi imprenditori uccisi dalla mafia per aver rifiutato le sue richieste di estorsione. Qualche giorno dopo, il 27 febbraio, per lo stesso motivo, la mafia ucciderà Piero Patti, imprenditore palermitano. Da quel 1985 a oggi, molti imprenditori, non solo siciliani, sono morti sotto il fuoco mafioso per aver deciso di non abbassare la testa, e, molti altri, sono stati fatti soccombere dalle collusioni che hanno impedito l’apertura di un vero mercato libero e non controllato dagli interessi mafiosi.

Roberto Parisi era nato a Torino nel 1931. Fu ucciso dalla mafia il 23 febbraio 1985. Lasciò la moglie Gilda, e una figlia, Enrica. Con lui fu ucciso il suo autista, Giuseppe Mangano, di 38 anni, che morì sul colpo lasciando la moglie e i tre figli.

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