Martingala e Vello d’Oro, due stangate agli affari delle ‘ndrine reggine – La scheda con tutta l’operazione

Un cartello di cosche che si affidava ad un unico riciclatore professionista per reinvestire i proventi delle attività mafiose è stato sgominato con le operazioni Martingala e Vello d’Oro. Colpite duramente le cosche della provincia di Reggio Calabria, compresa la Piana di Gioia Tauro, e gli interessi che si estendevano anche a Firenze. Ricostruita la rete di società di comodo. Sequestrato un patrimonio di oltre cento milioni di euro

In copertina: Uno dei maxi appalti delle 'ndrine nella Piana di Gioia Tauro risultati nel giro di società di comodo

Le società avevano sede in vari paesi dell’Unione Europea (Croazia, Slovenia, Austria, Romania) e dopo non più di un paio di anni di “attività”, venivano sistematicamente trasferite nel Regno Unito e cessate. Tutto ciò era ovviamente funzionale ad evitare accertamenti, anche ex post, sulla loro contabilità. L’organizzazione poteva contare su un gruppo di società di comodo, comunemente definite “cartiere”, che venivano sistematicamente coinvolte in operazioni commerciali inesistenti, caratterizzate dalla formale regolarità attestata da documenti fiscali ed operazioni di pagamento rivelatesi tuttavia, all’esito delle indagini, anch’esse fittizie. Le fittizie operazioni hanno consentito al sodalizio di mascherare innumerevoli trasferimenti di denaro da e verso l’estero, funzionali alla realizzazione di molteplici condotte illecite, quali “in primis” il riciclaggio ed il reimpiego dei relativi proventi. Questo meccanismo fraudolento, mediante la predisposizione di false transazioni commerciali, ha costituito il volano per l’instaurazione di articolati flussi finanziari tra le aziende degli indagati e le società di numerosi “clienti” che di volta in volta si rivolgevano agli stessi per il soddisfacimento di varie illecite finalità, tra cui la frode fiscale. Gran parte di questi clienti erano imprenditori espressione, direttamente o indirettamente, delle cosche di ‘ndrangheta operanti sul territorio dei “tre mandamenti”. Gli investigatori della Direzione Investigativa Antimafia di Reggio Calabria e quelli del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Reggio Calabria hanno eseguito un provvedimento di fermo di indiziato di delitto emesso dalla Procura della Repubblica di Reggio Calabria – Direzione Distrettuale Antimafia – nell’ambito dell’operazione denominata “Martingala”. Il decreto di fermo ha colpito 27 persone, ritenute responsabili a vario titolo dei reati di associazione mafiosa, riciclaggio, autoriciclaggio, reimpiego di denaro, beni, utilità di provenienza illecita, usura, esercizio abusivo dell’attività finanziaria, trasferimento fraudolento di valori, frode fiscale, associazione a delinquere finalizzata all’emissione di false fatturazioni, reati fallimentari ed altro.

La rete delle società di comodo del “sistema Scimone” in ausilio alle ‘ndrine reggine

Le indagini condotte dalla DIA di Reggio Calabria, sotto la direzione dei Sostituti Procuratori della DDA Stefano Musolino e Francesco Tedesco ed il coordinamento del Procuratore Aggiunto Giuseppe Lombardo e del Procuratore Vicario Gaetano Calogero Paci, hanno consentito di accertare l’esistenza di un articolato sodalizio criminale dedito alla commissione di gravi delitti con base a Bianco, in provincia di Reggio Calabria, e proiezioni operative non solo in tutta la provincia reggina ma anche in altre regioni italiane e persino all’estero. Gli elementi di vertice dell’organizzazione sono stati identificati in Antonio Scimone – principale artefice del meccanismo delle false fatturazioni e vero “regista” delle movimentazioni finanziarie dissimulate dietro apparenti attività commerciali – e Antonio Barbaro (cosca Barbaro, detti “I Nigri”) insieme a Bruno Nirta (cosca Nirta, detti “Scalzone”) ed al figlio di quest’ultimo, Giuseppe Nirta. Le indagini finanziarie portate a termine dagli uomini della DIA hanno consentito di accertare che, attraverso questo collaudato meccanismo fondato sulle operazioni fittizie, Antonio Scimone ed i suoi sodali riuscivano a far transitare dai conti delle società cartiere flussi finanziari per diverse centinaia di migliaia di euro al mese. Questo vorticoso giro di denaro aveva termine direttamente in Italia mediante bonifici a società di comodo, oppure sui conti di società estere. Da conti conti corrente il denaro veniva successivamente prelevato e riportato in contanti in Italia.

Una delle imprese di Mordà
L’organizzazione ha dimostrato anche una notevole capacità di infiltrarsi nella gestione ed esecuzione di appalti pubblici. Ciò è avvenuto con varie modalità, ad esempio con la predisposizione di contratti di joint venture oltre che tramite i contratti di “nolo a freddo”: tali strumenti contrattuali venivano sviati dalle loro cause tipiche; nelle mani di Scimone diventavano flessibili strumenti funzionali all’esigenza di drenare, in modo apparentemente lecito, denaro da società che si erano aggiudicate appalti pubblici. L’attività della DIA, sviluppatasi anche grazie all’approfondimento investigativo di oltre un centinaio di segnalazioni di Operazioni Finanziarie Sospette, pervenute anche da FIU (Unità di Informazione Finanziaria) estere, ha interessato, tra l’altro, dinamiche criminali estrinsecatesi nella città di Reggio Calabria, svelando l’esistenza di una folta schiera di imprenditori che hanno fruito dei servigi offerti dall’associazione promossa e capeggiata da Scimone. Fra questi, si evidenzia la posizione di Pietro Canale, (socio di maggioranza ed amministratore della Canale Srl, società molto attiva nel settore della costruzione e gestione di condutture di gas), ritenuto responsabile dei reati di riciclaggio, autoriciclaggio e impiego di denaro, beni, utilità di provenienza illecita; nonché quella dell’imprenditore Antonino Mordà, già interessato in passato da procedimenti in materia di criminalità organizzata. Mordà tra l’altro è risultato disporre di una notevole liquidità. Le indagini hanno dimostrato che tali risorse, di illecita provenienza, sono state reimpiegate nell’usura e nell’esercizio abusivo del credito, soprattutto ai danni di imprenditori locali in difficoltà. Attività che Mordà conduceva grazie alla collaborazione dei suoi più stretti sodali, in particolare Pierfrancesco Arconte, figlio del più noto Consolato, già condannato nel Processo Olimpia quale elemento di vertice della cosca Arianiti. Nella rete della DIA, con la contestazione del reato di riciclaggio, è finito anche un impiegato di banca risultato sempre solerte nel soddisfare le illecite esigenze di Mordà.

Un ulteriore filone dell’attività investigativa, approfondito dal G.I.C.O. del Nucleo di Polizia Economico Finanziaria di Reggio Calabria, ha riguardato le “prestazioni” che l’associazione guidata da Scimone – avvalendosi del complesso reticolo di imprese allo stesso riconducibili, allocate sul territorio nazionale ed europeo, tra cui la società croata “Nobilis Metallis Doo” e quella slovena “B-Milijon, Trgovina In Storitve Doo” – ha fornito alla famiglia Bagalà di Gioia Tauro ed a Giorgio Morabito, collegati alla cosca Piromalli. Detti imprenditori erano stati destinatari di ordinanza di custodia cautelare in carcere nell’ambito dell’Operazione “Cumbertazione”, condotta dal citato Reparto della Guardia di Finanza su delega della DDA di Reggio Calabria. Quali imprenditori espressione della ‘ndrangheta, avevano infatti agevolato gli interessi di quest’ultima nel settore degli appalti pubblici costituendo, gestendo e di fatto infiltrandosi in un nucleo di oltre 60 imprese – sostanzialmente consorziate tra di loro – che governavano collusivamente le principali aggiudicazioni dei lavori pubblici nell’area della piana di Gioia Tauro attraverso attività di turbativa delle relative aste. A seguito del rilevamento di tali attività, l’attività investigativa delle fiamme gialle reggine si è focalizzata sulla ricostruzione dei flussi finanziari legati all’aggiudicazione di due appalti pubblici – entrambi finanziati con i fondi europei P.I.S.U. (Piani Integrati di Sviluppo Urbano) – che il cartello d’imprese predetto, sotto la regia di Morabito, ha ottenuto facendo pressioni illecite per l’aggiudicazione. Nello specifico, uno dei due casi riguarda l’appalto – gestito di fatto dai Bagalà e da Morabito – relativo al “Centro Polisportivo a servizio della città-porto” (l’ambito portuale interessato ricadeva nel Comune di Rosarno che era l’ente appaltante). La società formalmente aggiudicataria della gara pubblica, la Barbieri Costruzioni Srl, aveva ottenuto un’anticipazione dal predetto ente per € 877.557,12. Circa 670 mila euro dell’anticipazione era stata fatta confluire dai conti correnti della “Barbieri” sui rapporti finanziari delle società italiane riconducibili a Scimone e da questi, successivamente, su quelli delle imprese estere (le predette Nobilis Metallis Doo e B-Milijon). Infine, dai conti esteri sono stati disposti bonifici in favore di vari imprenditori coinvolti nel sistema – tra cui Mordà e Canale – oltre alle somme prelevate in contanti dallo stesso Scimone e consegnate a Morabito.

Nell’altro caso, l’appalto relativo al “Centro Polifunzionale – lato sud del lungomare di Gioia Tauro”, del quale il Comune di Gioia Tauro era l’ente appaltante, è stato accertato che quest’ultimo ente pubblico aveva concesso alla società aggiudicataria dei lavori – “Cittadini Srl” – un anticipo sull’importo del SAL per € 775.966,66 a fronte di fatture emesse, tra le altre, da imprese riconducibili sempre allo stesso Scimone. Il cosiddetto “Sistema Scimone” – ricorrendo ad un articolato schema di imprese nazionali ed estere nonché ai correlati rapporti economici e finanziari – ha di fatto garantito ad intere filiere criminali riconducibili alle principali cosche di ‘ndrangheta locali, adeguato, sicuro e protetto canale per riciclare i proventi illeciti derivanti tra gli altri dai delitti di associazione per delinquere di tipo mafioso e turbata libertà degli incanti. Le indagini hanno quindi evidenziato la caratura criminale di Antonio Scimone, soggetto che spicca come riciclatore professionista, non al servizio della singola cosca ma della criminalità organizzata della provincia reggina. Per conto dei clan della provincia, Antonio Scimone si è prestato sistematicamente a favorirne gli interessi economici attraverso il suo collaudato sistema di società di comodo italiane e straniere.

Uno dei maxi appalti con cui le ‘ndrine riciclavano i proventi dell’attività mafiosa

Oltre ai soggetti fermati, a conclusione della lunga e laboriosa attività d’indagine, sono state denunciate, a vario titolo, 46 persone. In considerazione della tipologia dei reati contestati, che consentono in massima parte la confisca, è stato richiesto ed ottenuto il sequestro preventivo di 51 società con sede in varie regioni d’Italia ed anche all’estero, 19 immobili e disponibilità finanziarie per un ammontare complessivo di circa €. 100.000.000. Per l’esecuzione dei provvedimenti, il Centro Operativo DIA di Reggio Calabria ha potuto contare sul fondamentale apporto delle articolazioni periferiche DIA di Milano, Padova, Roma e Catanzaro, nonché di personale di supporto proveniente dalla Sicilia, dalla Puglia e dalla Campania, mentre la Guardia di Finanza è intervenuta mediante l’impiego di 220 militari tratti dai Reparti dipendenti dal Comando Provinciale di Reggio Calabria. In concomitanza con l’operazione “Martingala”, il G.I.C.O. del Nucleo di Polizia Economico Finanziaria di Firenze, unitamente al Reparto Operativo – Nucleo Investigativo dell’Arma dei Carabinieri del capoluogo toscano, ha fatto luce, sotto la direzione della Procura Distrettuale Antimafia di Firenze, sul riciclaggio/reimpiego nel tessuto economico toscano dei proventi illeciti conseguiti dall’associazione capeggiata da Antonio Scimone, Antonio Barbaro e Bruno Nirta, specificamente nei confronti di imprenditori operanti nel locale distretto conciario. All’esito delle indagini, la Guardia di Finanza ed i Carabinieri di Firenze hanno dato esecuzione ad un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di 14 persone – 11 in carcere e 3 ai domiciliari – oltre al sequestro preventivo di 12 società e disponibilità finanziarie. Anche nel caso delle ordinanze emesse dal Giudice per le Indagini Preliminari presso il Tribunale di Firenze su richiesta della locale Direzione Distrettuale Antimafia, i soggetti sono ritenuti responsabili a vario titolo dei reati di associazione per delinquere, estorsione, sequestro di persona, usura, riciclaggio ed autoriciclaggio, abusiva attività finanziaria, utilizzo/emissione di fatture per operazioni false, trasferimento fraudolento di valori, aggravati del metodo mafioso. La complessa attività è stata svolta con il coordinamento della Procura Nazionale Antimafia e Antiterrorismo.

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