Caso Amazon, la CGIL attacca il Jobs act

Si tratta dell’impugnazione del licenziamento del dipendente tagliato da Amazon per essersi fatto un selfie. La battaglia contro Amazon funzionale alla reintroduzione dell’articolo 18

In copertina: un magazzino di smistamento Amazon

Dal braccio di ferro tra Amazon e sindacati passa anche un tentativo che potrebbe scardinare il Jobs act. E non c’entra il braccialetto elettronico. Oltre alla vertenza per il contratto integrativo aziendale, che tornerà al tavolo della Prefettura di Piacenza lunedì prossimo (grazie alla mediazione del Governo), c’è anche un fronte ‘legale’ su cui la Cgil vuole andare fino in fondo. Si tratta dell’impugnazione del licenziamento del dipendente tagliato da Amazon per essersi fatto un selfie con un tablet trovato lungo un corridoio appoggiato su un bancale: si fece lo scatto, riappoggiò il tablet e “tornò a lavorare, poi lo hanno licenziato”.
La storia è saltata fuori tra i racconti dei lavoratori durante lo sciopero del Black friday e poi al riesplodere delle polemiche per l’ipotesi di mettere il braccialetto elettronico ai dipendenti del colosso dell’e-commerce. Ma la non è finita qui. Per quel licenziamento “siamo in tribunale a Milano perché lì ci sono giudici che hanno una esperienza importante” sulla materia, e lì “proporremo anche la verifica di incostituzionalità” della norma che ha permesso il taglio del dipendente che si è fatto l’autoscatto. Lo ha spiegato ieri, a Piacenza, ad una iniziativa con i candidati al Parlamento di Liberi e uguali, Fiorenzo Molinari, segretario provinciale della Filcams-Cgil, in prima fila nella vertenza con Amazon (“azienda estremamente feroce”, la ha definita ieri). E non è un caso che la Cgil porti avanti anche questa battaglia.
“Quando faccio le assemblee in Amazon sento proprio l’esigenza dell’articolo 18”, dice Molinari che inserisce il caso del licenziamento per selfie in un discorso dedicato ai guasti del Jobs act lodando l’intenzione di LeU di cancellarlo. “In altre forze di sinistra, di centrosinistra l’articolo 18 sembra abbandonato, ma – ammonisce Molinari nella sua ‘requisitoria’ sul caso Amazon – è il fulcro che sposta il lavoro da merce a cultura”.
L’esperienza in Amazon, insegna: Molinari cita non a caso la battaglia per far riassumere la dipendente licenziata per aver superato i 180 giorni di malattia e “senza alcuna spiegazione” sul perché del suo ‘taglio’. Ma del resto, dice ancora richiamando l’attenzione sull’articolo 18, “cosa volete che importi a Bezos (Jeff, patron di Amazon, ndr) di licenziare una persona pagando due mensilità per ogni anno che ha lavorato? Non gliele frega assolutamente nulla e senza questo pilastro fondamentale (l’articolo 18, ndr) lo statuto dei lavoratori crolla”.
Molinari peraltro ricorda che, peggiorando la legge Fornero, la nuova norma prevede che il giudice, quando esamina il licenziamento, “non può più fare una valutazione sul perché è stato commesso un fatto”; il magistrato considera solo se un “fatto è stato commesso o no, non il perché, il motivo”, mentre prima “veniva valutato il fatto giuridico analizzando il perché. Il jobs act ha scritto che il giudice può valutare solo il fatto materiale… questi che lo hanno scritto erano dei legali formidabili, ma non dei filantropi”. E qui Molinari racconta che gli addetti in Amazon rivorrebbero l’articolo 18: “Quando i dipendenti vengono nel nostro ufficio non chiediamo più se lavorano in una azienda con più o meno di 15 dipendenti, ma se si è stati assunti prima o dopo il 7 marzo 2015… Guardate, questa legge non risponde nemmeno al principio di uguaglianza” ma appunto la Cgil non ci sta e per questo Molinari porta d’esempio il caso del licenziato per selfie della sua impugnazione.

Agenzia DIRE – www.dire.it

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