Due velocità: il dovere di rubare

Editoriale di Mauro Seminara

Del concetto di due velocità abbiamo iniziato a sentir parlare con una certa frequenza da quando la Germania, rassegnata all’incapacità o alla mancanza di volontà di alcuni Stati membri, ha pensato a una Unione europea con economie valutate su diversi parametri. In pratica un gruppo di Paesi che va a duecento chilometri orari in autostrade a quattro corsie ed un altro che va a cinquanta su strade provinciali. La necessità proposta era motivata dalla lentezza con cui alcuni Stati membri si adeguano agli standard previsti dall’Unione. Una zavorra per Stati come la Germania, e non solo, che continuano a correre investendo su ogni fronte per rendere il Paese competitivo. Investimenti che migliorano la nazione ma che non possono migliorare l’Unione di nazioni, rallentata da Paesi come l’Italia. L’esempio sopra utilizzato non è casuale. Dalla capitale dell’Unione, con due o tre ore d’auto si raggiunge buona parte delle capitali europee. Da Siracusa con due o tre ore d’auto non si raggiunge neanche più il capoluogo di regione. Pensare alla proposta tedesca delle due velocità fa certo indispettire l’italiano medio che viene così “declassato” a cittadino europeo di seconda categoria, ma è quantomeno necessario illuminare questo italiano medio con un raggio di luce civile.
Basta lasciare la capitale tedesca, centro di investimenti infrastrutturali ma anche culturali, per vedere autostrade a tre o quattro corsie e stazioni di servizio con inservienti in impeccabile livrea che forniscono tovaglie pulite ai fruitori di quelle toilette linde e profumate. Non è la saga fantasy di George Lucas ma la realtà di un Paese che realizza la stazione ferroviaria della capitale con binari su cinque diversi piani perché tra cinquant’anni il numero dei treni in transito potrebbero, e dovrebbero, essere molti di più e non si possono certo costruire reti ferroviarie e stazioni ogni cinque o dieci anni e vivere cosi in un eterno cantiere con fine lavori mai. Sono strani questi tedeschi, e forse non apprezzano gli aspetti positivi degli errori di calcolo. Errori che in Italia sembrano invece decisamente graditi. Tanto che, se in Italia per una strada oggi si rendono necessarie due corsie e ne abbiamo solo una, si avviano – per felice ipotesi – i lavori per il raddoppio che finiranno tra dieci anni, quando di corsie ne serviranno già tre o addirittura quattro. In tal modo possiamo maliziosamente pensare che a occhio e croce ogni “mandato quinquennale” avrà la sua corsia da far finanziare e mettere in cantiere. Il risultato rimane però quello delle due fatidiche velocità, con chi guarda avanti con previsione di mezzo secolo e chi insegue i ritardi di ciò che andava fatto mezzo secolo prima. E sarebbe già una fortuna questa se fosse realmente la condizione media italiana. Purtroppo le due velocità ci sono anche all’interno dello stesso Paese, dove tra nord e sud c’è un divario di ulteriori cinquanta anni pieni.
Possiamo muovere molte critiche all’Unione europea, per come è stata pensata e per come è stata avviata, ma da questo punto di vista non le si può dir nulla. L’UE ha degli obiettivi infrastrutturali da raggiungere, e prevede che sotto questo aspetto tutti i Paesi membri si adeguino ad un livello che non è certo quello italiano. In UE ci si deve poter spostare, per tornare all’esempio originale, sulle quattro corsie autostradali con manto perfetto ed illuminazione sicura. Stesso vale per trasporti ferroviari, aerei e navali. Per il raggiungimento dello scopo è stato previsto un fondo cassa europeo. Ogni Stato è obbligato a versare la propria quota e, previo approvazione di progetto, la potrà poi spendere per adeguare le proprie infrastrutture. Quindi non abbiamo semplicemente l’opportunità di mettere in cantiere strade, autostrade, linee ferroviarie e tanto altro: siamo obbligati a farlo. Misteriosamente, in questo caso, il tormentone “ce lo chiede l’Europa” non funziona. Versiamo e non riceviamo perché non chiediamo, oppure perché invece di risolvere una autostrada Salerno-Reggio Calabria pensiamo di fare una linea ferroviaria Torino-Lione per merci a 300 chilometri orari. Al posto del raddoppio della linea ferroviaria Palermo-Messina pensiamo al Mose per l’acqua alta a Venezia. Al tacco dello stivale l’autostrada non ci arriva nemmeno, ma si parla ancora di ponte sullo Stretto di Messina.
Di tanto in tanto sentiamo qualche genio della politica nazionale lamentare un versare troppo all’UE per riceve poco in cambio, ma anche in campagna elettorale non si sente parlare dei Fondi Strutturali Europei. Versiamo e non spendiamo, cosa ben diversa e difficile da spiegare agli elettori. Occasionalmente appaiono titoli che contengono un “tornati indietro”, riferiti a risorse che non abbiamo impiegato perché non abbiamo neanche provato a presentare i dovuti progetti in sede UE. Se Italia fosse un condomino, sarebbe quello che versa la quota condominiale per il rifacimento del prospetto e poi lamenta che l’amministratore di condominio non glieli vuol dare per acquistare un’auto nuova o una crociera. E dobbiamo essere onesti con noi stessi quando vediamo come i leader delle nazioni più competitive guardano e considerano i nostri capi di Governo. Mettetevi nei loro panni e pensate di dover avere a che fare con persone che lamentano crisi ma che non utilizzano i fondi strutturali per mettere in cantiere opere che rianimerebbero l’economia nazionale. Persone che in casa, come se non li sentissero a Bruxelles, urlano pugni duri sul tavolo europeo e poi a quel tavolo prendono solo cazziatoni perché non spendono le risorse a loro disposizione. Anche voi pensereste che sono degli idioti e non gli dareste il minimo credito. Non li vorreste nemmeno accanto nelle consuete foto di gruppo.
Giusto in qualche regione italiana vediamo collegamenti stradali e ferroviari decenti. Quasi europei. Ma appena si scende quel tantino più a sud della capitale è tutto un vero disastro. Se da Palermo si vuol raggiungere Agrigento, poco più di cento chilometri tra i due capoluoghi di provincia, i siciliani consigliano di prendere l’autostrada Palermo-Catania, poi, dopo un centinaio di chilometri, uscire dall’autostrada in direzione Caltanissetta e percorrere la Strada a Scorrimento Veloce nissena fino ad Agrigento. La A-19 Palermo-Catania è tutta un programma. Un viadotto abbattuto che la interrompe, giunti sui viadotti da rimetterci sospensioni ed equilibratura, avvallamenti e dossi che se li si prende a velocità autostradale con un’auto leggera sembrerà di spiccare il volo. Tutto estremamente pericoloso. Prodigi poi sono reperibili lungo il percorso per lasciar senza fiato gli automobilisti. Oppure per aumentare le probabilità di riuscire ad ucciderne qualcuno. Si tratta di apposita segnaletica che annuncia, poche centinaia di metri prima, una deviazione di corsia; 80 km/h e subito dopo il limite indicato – in autostrada – è di 40 km/h. Rullo di tamburi: segnaletica e birilli con annesso limite di velocità a 40 chilometri orari non vi tutelano da una buca o un cantiere per la manutenzione del fondo stradale ma servono a non farvi sbattere sull’autovelox posto in piena corsia per farvi una foto ricordo mentre vi chiedete come diavolo potevate ridurre così repentinamente la velocità da 110 a 40 chilometri orari. Cheers!
Altre meraviglie sulla “strada a scorrimento veloce” Caltanissetta-Agrigento, dove su fondo stradale appena rifatto il limite di velocità è di 50 chilometri orari. Appena finito il tratto con il manto buono ed il limite da ciclo urbano, iniziato il vecchio fondo stradale, il limite sale a 110 km/h. Avranno dimenticato i cartelli “50” alla fine dei lavori o c’erano degli autovelox anche li. Oppure li mettono a caso. Poi le rotatorie provvisorie ed incantate, identiche da un anno o più, deviazioni in cui ci si chiede “dove devo andare, dove mi trovo?”, segnaletica giusta per imboccare la strada sbagliata o per farsi tamponare mentre si prova a leggerla. Tutto ciò è sempre e comunque meglio della Palermo-Agrigento. Quella neanche si prova a descriverla. Come si spiega a Bruxelles che in Italia non abbiamo ancora neanche completato la prima rete autostradale è un affascinante mistero.
Quindi non è un caso se al sud le auto che circolano sono mediamente più vecchie e, anche a parità di chilometri percorsi, le automobili “terrone” risultano infinitamente più usurate. Circolano auto che hanno venti anni, e se i proprietari vi dicono che per circolare dalle loro parti “vanno più che bene”, non potrete dargli torto. Piuttosto i torti sarebbero altrove. Al sud la tassa di proprietà delle auto è uguale al nord, la benzina ha lo stesso prezzo a Palermo come a Milano ed anche le auto costano uguale. Ma al sud le automobili si danneggiano prima, durano meno e con la stessa benzina fanno percorsi più brevi perché più tortuosi e con continue riduzioni di marcia. Al sud la tassazione è come al nord, ma le autostrade no, le reti ferroviarie nemmeno e neanche il numero e la qualità treni. Due velocità nello stesso Stato membro dell’Unione Europea. Una di queste velocità però sembra davvero urlare vendetta già da quando la Sicilia venne annessa all’Unità d’Italia, spogliata della propria ricchezza e sottomessa quale colonia di lavoratori a basso costo e senza privilegi.
Due velocità. Il concetto sembra che in fondo piaccia anche ai partiti nazionali che, in campagna elettorale, si ricordano del sud promettendo la solita idea di adeguarlo al nord con piani straordinari per il Mezzogiorno e altre nobili intenzioni. Poi, dopo le elezioni, vien fuori che se il sud rimane indietro è solo per colpa dei meridionali che rubano e che non si vogliono adeguare. Al massimo la colpa sarà della mafia, ma sempre con l’indiretta complicità dei meridionali che non intendono adeguarsi. E sta proprio qui l’errore, sul concetto di adeguamento. I meridionali si adeguano eccome. Si adeguano alle strade con auto revisionate “in amicizia” e lucido trasparente sulla targa come contromisura agli autovelox, si adeguano compensando per quanto possibile il fisco in modo da potersi permettere di cambiare braccetti e testine all’auto quando distrutti prematuramente dal fondo stradale “terrone”, si adeguano anche alla sanità pubblica ed a tanto altro. Ma non perché i meridionali sono ladri, scansafatiche, “zavorra” per il nord che lavura o altri luoghi comuni. No. I meridionali hanno il dovere di rubare, anche se non ci son tagliati e non ne hanno voglia, perché devono adeguarsi alle due velocità in modo autonomo. Glielo chiede l’Europa. Glielo impone l’Italia.

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