Giuseppe Insalaco, 12 gennaio 1988

Trentanni fa l’omicidio del “sindaco dei cento giorni”. Ucciso a Palermo a colpi di 357 Magnum. I responsabili della sua morte furono individuati in Domenico Ganci e Domenico Guiglielmini ma non è mai stata chiarito motivo e mandante

In copertina: Giuseppe Insalaco, sindaco di Palermo dal 17 aprile al 13 luglio 1984

L’omicidio di Giuseppe Insalaco – courtesy Antimafiaduemila
L’hanno chiamato “Il Sindaco dei cento giorni”. Il quotidiano “L’Ora” scrisse di lui definendolo “scheggia impazzita che sparava dritto contro i suoi nemici e non si rassegnava a tapparsi la bocca”. Sembra il ritratto di un grande condottiero e di un prode combattente. E probabilmente Giuseppe Insalaco avrebbe potuto essere un grande condottiero e aveva dimostrato di essere un buon combattente. Il fuoco di una 357 Magnum ferma la sua vita mentre la sua auto è nel traffico di Palermo. Muore con lui anche il suo autista.

Giuseppe Insalaco si insedia sullo scranno di Palazzo delle Aquile il 17 aprile 1984 e vi rimase fino al 13 luglio dello stesso anno. Il Sindaco precedente, Elda Pucci, prima donna Sindaco di una grande città, è rimasta in carica circa un anno. Insalaco non rappresenta quella parte di Democrazia Cristiana cui appartengono Vito Ciancimino e Salvo Lima e non ha nessuna intenzione di fare il “pupo” e permettere così ai pupari di agire nell’ombra. Aveva messo mani agli appalti e, come successe con chi ci aveva provato prima di lui, il sistema politico-mafioso non gradì. Insalaco mise sotto la lente d’ingrandimento il rinnovo degli appalti per la manutenzione di strade e fogne che erano concessi dal 1938 alla società Lesca, di proprietà della famiglia Cassina. Aprì inoltre i cassetti degli appalti riguardanti l’illuminazione pubblica che dal 1969 erano curati dalla Icem di proprietà dell’Ingegnere Roberto Parisi.

Pio La Torre
In occasione dell’anniversario dell’omicidio di Pio La Torre e Rosario Di Salvo, si presentò in veste ufficiale, con la fascia tricolore addosso. In un’altra occasione fece tappezzare la città di manifesti, a firma dell’Amministrazione Comunale, in cui si denunciava l’escalation mafiosa. Fu la prima volta che appariva la parola “mafia” in un manifesto pubblico. Il 5 maggio dello stesso anno, in occasione di una manifestazione contro la mafia e la camorra, rappresentò il Comune di Palermo. Il suo progetto era di cambiare le cose non solo all’interno della Democrazia Cristiana, ma nella città.
Rimase sulla poltrona di sindaco di Palermo fino al 13 luglio dello stesso anno e nel mese di ottobre, assieme al suo successore, il sindaco Nello Martellucci, fu ascoltato dalla Commissione Antimafia. Raccolse la sua testimonianza il dottor Giovanni Falcone, al quale Insalaco parlò dei “perversi giochi” che lo avevano costretto alle dimissioni “dopo appena tre mesi” e del malaffare che era emerso durante il suo breve mandato. Accusò duramente l’eurodeputato Salvo Lima, i finanzieri Ignazio e Nino Salvo, il funzionario del Sisde Bruno Contrada, Vito Ciancimino, Giulio Andreotti e molti altri. I salotti “bene” della città entrarono in fibrillazione. Dopo qualche settimana dall’audizione, la sua automobile fu rubata e bruciata. Iniziò in quel momento la macchina del fango che travolse lui e la sua memoria. Fu accusato di corruzione, messo in carcere e fu avviato un processo che non ebbe mai conclusione. Si fermò tutto con i cinque colpi di 357 Magnum quel 12 gennaio. I responsabili della sua morte furono individuati in Domenico Ganci e Domenico Guiglielmini. Ancora non del tutto chiara la matrice dell’omicidio del “Sindaco dei 100 giorni” visto il contesto politico-mafioso in cui è maturato il delitto.

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