L’embrione

Editoriale di Mauro Seminara

Sei mesi sono appena due terzi di una gestazione, sufficienti però per poter intravedere molti aspetti caratteristici del nascituro. Forse il periodo è proporzionale a quello che, nello stadio in cui si trova, l’embrione Mediterraneo Cronaca sta manifestando. Sono infatti trascorsi sei mesi esatti da quel giorno di giugno in cui sul web è apparso il primo articolo. Di solito un giornale festeggia i dieci anni, il traguardo dei venticinque oppure il centenario per alcune storiche testate. Un semestre non dovrebbe valere bottiglie di spumante. Ma nel nostro caso è diverso. In quest’epoca è diverso. Un’epoca in cui il numero di siti internet e di “siti di notizie” è sconfinato, in cui i social media rappresentano il dominus del web, in cui i motori di ricerca selezionano in modo senziente i risultati invece di lasciare all’utente la scelta. È l’epoca delle “fake news” e della censura per i non allineati. L’epoca in cui per metter su un Mediterraneo Cronaca ci vuole un “editore” che investa svariate decine di migliaia di euro per la sola start-up considerando che l’impresa editoriale possa andare in perdita per due, tre o più anni. Motivo valido perché nessuno investa su un giornale se non è interessato a controllare uno strumento utile ad interessi politici personali.

In quest’epoca, non sei mesi ma qualche anno addietro, nasce l’idea di un giornale del Mediterraneo. “Il Mar Mediterraneo non è un mare che separa tre continenti ma un continente che li unisce”, questa è la massima su cui fonda le radici il progetto Mediterraneo Cronaca. Un progetto esageratamente ambizioso che prevede quale temporaneo traguardo la copertura con punti di corrispondenza da ogni sponda di questo antico e complesso mare. Non solo. Un progetto reso ancora più ambizioso dalla pretesa di assoluta libertà editoriale. Dietro Mediterraneo Cronaca non c’è assolutamente nulla. Nessun politico, aspirante politico o prestanome di politico. Niente. Certo, dopo appena sei mesi non possiamo dire di poter coprire ogni notizia o di poter “seguire” gli sviluppi di quelle che meriterebbero un redattore impiegato a tempo pieno ed affamato di notizia come un mastino di un osso. Di contro, si può esultare per aver scoperto due fondamentali meraviglie che dicono chiaramente di andare avanti. Oggi, dopo sei mesi, sappiamo – tutti insieme, redattori e lettori – che c’è un pubblico interessato a conoscere ciò che accade nel Mediterraneo, invece che solo in Europa o tra l’Unione europea e gli Stati Uniti. Sappiamo anche che è possibile realizzare un esperimento che, come Mediterraneo Cronaca, non abbia pretese né “padroni”. Nello stato embrionale, facendo una ecografia, vediamo un giornale di appena sei mesi che è cresciuto in modo regolare e costante ed al quale si stanno sviluppando tutti gli organi necessari al poter nascere e crescere forte in questo ambiente sempre più difficile e disperato.

Settimana dopo settimana, in questa breve ma intensa gestazione, abbiamo visto sviluppare pagine e contenuti quasi come fossero organi e tratti somatici. Una bella e ricca pagina culturale con la “Rubrica del Greco”, le strisce di satira di “Grilletto Facile”, il meteo elaborato dall’Aeronautica Militare con le mappe interattive per le previsioni, fino ad arrivare adesso alle riflessioni del nostro “Osservatore italiano” Massimo Costanza. Notizie, rubriche, utility, si compongono su un tema semplice come il Mediterraneo. Perché prima di treni ad alta velocità ed aerei low cost, ci si spostava con le navi, sul mare. Quindi, storicamente, l’Italia aveva come “vicina di casa” la Tunisia più che la Germania, e faceva affari con il Medio Oriente più che con l’Olanda o la Norvegia. Non a caso, ancora oggi, ciò che accade sulle sponde del Mar Mediterraneo si ripercuote in Italia molto più di una Brexit. Per la completa realizzazione della struttura, per concludere lo stadio embrionale, servono fondamentalmente la collaborazione di chi vi propone le notizie e quella di chi le legge e le condivide. Questa, alla base di tutte le idee e le iniziative, è l’unica ricetta per andare avanti e raggiungere il traguardo più dolente di questa misera epoca: oggi i giornalisti sono schiavizzati per libertà economica e, di conseguenza, ideologica. Voi aprite un giornale, magari pagato in edicola, e leggete notizie per le quali il giornalista – o aspirante tale – è stato retribuito con tre euro netti. Tre euro. La conseguenza di questo sistema di trattamento la potete trarre anche voi: per raggiungere un misero salario bisogna scrivere molto e per notizie che vengano poi pubblicate, altrimenti niente compenso; ed il modo più logico per raggiungere questo obiettivo è scrivere notizie che “piacciono al direttore”. Si, autocensura. Si allevano giornalisti incattiviti dal “questo non lo scrivo perché tanto non lo pubblicherebbero”. L’unico modo per uscire da questo meccanismo è garantire il giornalista con un contratto di assunzione che gli permetta di vedere riconosciuta la propria autonomia intellettuale. Un precario è uno schiavo che subisce le minacce senza che queste vengano proferite.

Informare è un lavoro nobile e fondamentale per il buon esercizio della democrazia. Ma bisogna farlo nel modo giusto, sapendo scegliere le notizie. Se parliamo di Mediterraneo, è utile sapere cosa compriamo dai nostri vicini tunisini e cosa noi vendiamo loro. Potremmo ad esempio scoprire che il nostro mercato dell’olio, o degli agrumi piuttosto che delle conserve di pesce, è in crisi anche perché acquistiamo a basso costo dall’altra parte del mare; potremmo anche scoprire che il loro tasso di disoccupazione e la pessima qualità della vita sono dovuti in parte anche al fatto che a produrre ciò che importiamo a basso costo in Italia, spesso, siamo proprio noi italiani che abbiamo “delocalizzato”. Potrebbe rivelarsi fondamentale comprendere perché tutti in guerra in un Paese che prima dei bombardamenti vantava un welfare di gran lunga migliore di quello italiano, con cure mediche d’eccellenza offerte da sanità pubblica (vera) e scuole gratuite libri inclusi, mentre dei Rohingya o dello Yemen non importa un fico secco a nessuno. Di esempi, per comprendere come l’omissione di una notizia influenza l’opinione pubblica, se ne potrebbero fare in quantità industriale. Recentemente, tra le novità di Mediterraneo Cronaca, è stato lanciato un sondaggio: “Alla luce dell’acceso dibattito sulle ‘fake news’, quale è la tua opinione in merito?”. Il 44% ha risposto che “Non influenzano l’opinione pubblica e l’orientamento politico”, per il 22% è invece “Giusto censurare le fake news che girano in rete”. Per quanto il campione che ha aderito al sondaggio sia basso, atterrisce quel 22% che approva il concetto di “censura” senza chiedersi di fatto cosa è una fake news e cosa è una censura.

“Lo scandalo Watergate, o semplicemente il Watergate, fu uno scandalo politico scoppiato negli Stati Uniti nel 1972, innescato dalla scoperta di alcune intercettazioni illegali effettuate nel quartier generale del Comitato Nazionale Democratico, ad opera di uomini legati al Partito Repubblicano.” Questa è la definizione del “Watergate” proposta da Wikipedia. Semplice. Di seguito l’enciclopedia libera ricorda che: “L’inchiesta giornalistica promossa da due reporter, Bob Woodward e Carl Bernstein, suscitò la crescente attenzione nell’opinione pubblica per la vicenda che, iniziata come modesto reato compiuto da personaggi secondari, crebbe fino a coinvolgere gli uomini più vicini al presidente e lo stesso Nixon e tutto il suo sistema di potere incentrato su attività di controllo e spionaggio interno illegali allo scopo di mantenere il potere.” L’inchiesta di Bob Woodward e Carl Bernstein, oggi, pubblicata in rete, verrebbe censurata con l’etichetta di “fake news”. Di questo ci dobbiamo rendere conto prima che sia troppo tardi. Censura che non verrebbe ordinata da un Tribunale a seguito di denuncia e conseguente attenta indagine ma “richiesta” dallo stesso Nixon al gestore Google o Facebook. Questa è l’epoca in cui fare giornalismo è sempre più difficile ed a tratti anche stupido. In questo contemporaneo folle, in cui invece di imparare dagli errori del passato li si replica perfezionandone la criminosa efficacia, si prova a costruire un giornale; con la collaborazione di tutti. L’obiettivo è quello di realizzare una “cattedrale” che, come un tempo, possa offrire asilo. Un luogo in cui viene rispettata la libertà intellettuale e quella umana con il riconoscimento di quell’equo compenso di cui oggi si parla solo perché a lamentarsene sono gli avvocati. Un ambiente in cui poter essere redattori ed editori di una realtà libera che rispetti il lavoro e la professione. Personalmente ho dato il via. Un giorno, forse, riusciremo a darvi ogni giorno tutte le notizie che vorremmo e dovremmo. Oggi ci fermiamo un attimo per fare il punto su questo primo semestre: l’embrione è vivo e gode di ottima salute, il pubblico cresce, siamo piccoli, ma siamo qui e siamo liberi. Chissà che un giorno non si smetta di dare soldi pubblici ai grossi editori per quei giornali che i lettori pagano; forse quel giorno si rimescoleranno le carte e si tornerà ad un panorama giornalistico più sincero e competitivo. E magari ci sarà in mezzo anche Mediterraneo Cronaca.

Mauro Seminara

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