Un tram che si chiama desiderio

Rubrica culturale di Roberto Greco

L’alba mi accoglie all’uscita del teatro. Ho bisogno di una tazza di caffè caldo e amaro. Entro nello store a pochi passi dall’Ethel. “Buongiorno Dave. La mia copia del New York Times, grazie”. Dave è il vecchio proprietario dello store. Da lui compro il giornale, le sigarette e molto spesso lo scatolame che serve per la cena. Anche un sacco di birra, compro da Dave. Il peso di questa guerra europea che ci ha coinvolto, si sente, anche se oramai trascorsi un paio di anni. Devo però dire che il teatro ha sempre funzionato. Certo, in tono ridotto rispetto ai grandi spettacoli degli anni ’35-’40, ma ha funzionato. Broadway è Broadway. E parliamo di quella vera, non di quella nel Queens o di quella a Brooklyn e nemmeno di quella a Staten Island. Broadway attraversa il cuore di Manhattan, da Bowling Green fino a Broadway Bridge. Ci sono più di quaranta teatri, un primato forse mondiale. Oltre c’è il Bronx. Prendo il giornale e scorro velocemente fino a pagina 42. Guardo avidamente la foto che troneggia in mezzo alle parole. La mia torta. La torta della foto, quella che attira gli sguardi di questi giovani attori, Marlon, Jessica e Kim. Bravo il fotografo. Non è la torta più complicata che io abbia fatto, nella mia carriera. Molto più complicate da realizzare lo erano quelle apribili per gli spettacoli degli anni ’30. Questa, però, aveva un suo perché e una sua storia.
Era iniziato tutto molti mesi prima. Faccio l’assistente scenografo. Lavoro in teatro da quasi quarant’anni. Sono nato il secolo scorso, come mi ricorda spesso mio figlio. Verso la fine dello scorso anno, mi cerca il mio boss per incontrare assieme Tennessee Williams. Io avevo già letto cose di Williams, in quel momento il lavoro che avevo in corso si avviava alla conclusione e così ci incontrammo. Avrebbero messo in scena un suo lavoro “A Streetcar named Desire“ all’Ethel Barrymore Theatre. Aveva bisogno di realizzare le scenografie e pensò al mio boss sia perché aveva già lavorato all’Ethel, sia per un paio di suoi lavori che aveva visto in giro per Broadway. Era definito un “notturno”. I suoi lavori si prestavano alle ombre, non ai “piazzati bianchi” sparati di fronte. I suoi esterni suggerivano vicoli, anche se non c’erano. E i suoi interni “erano vissuti”. Questo disse Tennessee, vissuti. Non solo, dovevano vivere con la storia e quindi avere luci e ombre proprie per poi consumarsi assieme ai protagonisti. Fu una sfida interessante. Preparammo dei bozzetti. Ci vedemmo diverse volte, sino a quando non gli portammo, maledetto lui perché ci persi un sacco di tempo, un plastico. Gli piacque e ci incontrammo con il regista cui Tennessee voleva proporre il nostro lavoro. Si trattava di Elia Kazan. Non aveva ancora quarant’anni e dopo diversi film, avrebbe curato la regia dell’opera di Tennessee. Le proposte e le chiacchiere del mio boss incantarono Elia, i bozzetti e il plastico gli piacquero e così iniziammo i lavori. Sul palcoscenico del teatro facemmo delle grandi righe per terra di colori diversi. Ogni colore un ambiente. Appena pronto il primo allestimento, arrivò il momento in cui gli attori avrebbero dovuto fare le prove in teatro. Arrivarono, quel giorno, un gruppo di ragazzi molto giovani. Tra loro c’erano i protagonisti, Marlon Brando, Jessica Tandy, Kim Hunter e Karl Malden. Marlon avrebbe interpretato Stanley Kowalsky, mentre alla Tandy, Kazan, affidò il ruolo di Blanche Dubois. Kim Hunter si ritrovò a interpretare il ruolo di Stella, moglie di Stanley e sorella di Blanche.
Quando fu il momento di realizzare in maniera definitiva gli oggetti di scena venne fuori il problema della torta. Dalle prime tre file, il viso di Jessica veniva parzialmente coperto. Me la fecero fare più piccola, ma dall’ultima fila non si vedeva, più bassa ma sembrava un pancake venuto male. Proposi quindi a Kazan di far venire un fotografo e fargli realizzare una serie di scatti da diverse posizioni della sala. Io abbassai di poco meno di un centimetro la torta che avevo messo davanti a Jessica sul tavolo e procedemmo agli scatti. Guardammo le foto, ascoltammo le lamentele di Jessica e, soprattutto, le battutacce di Marlon. La torta andava finalmente bene, almeno per Kazan. Le prove continuarono. La scena dello stupro era quella che preoccupava tutti. Sarebbe stata la prima volta in assoluto che si metteva in scena in maniera esplicita uno stupro e vi garantisco che, se leggendo l’opera di Tennessee, una sorta di fascino morboso potrebbe anche affievolire la brutalità e la violenza, vederla lì, in carne ed ossa, su un palcoscenico, non sullo schermo del cinematografo ma a due passi da te, ti permettere di concentrarci sulla sua brutalità. E fu così. Il pubblico ha reagito molto bene, ieri sera. Avevo letto e riletto il copione forse tante volte quanto gli attori, mentre immaginavo gli ambienti della storia, gli oggetti e, inevitabilmente le persone che vi si muovevano e li usavano, pensavo ai loro gesti, ma non avrei mai immaginato la forza, il vigore e, al tempo stesso, l’esasperazione di Brando quando urlo “Stella!!!!”. Non era mai successo durante le prove e ieri sera, per un attimo, temetti che quel veletto aggiunto all’ultimo minuto potesse cadere. Dalla quinta cercai con lo sguardo Tennessee. Lo vidi, anche lui in silenzio, con gli occhi puntati sul palcoscenico. Guardai alle mie spalle e vidi il viso sorridente del mio boss. Capii che era soddisfatto. Sono curioso di leggere cosa ha scritto Brooks Atkinson sotto la foto della mia torta. Comincio a leggere. “Tennessee Williams has brought us a superb drama, ‘A Streetcar Named Desire’, witch was acted at the Ethel Barrymore last evening. And Jessica Tandy gives a superb performance as rueful heroine whose misery Mr. Williams is tenderly recording.” Scorro con lo sguardo velocemente l’articolo. Vedo il nome di Elia. Leggo ancora. “Since he is no literal dramatist and writes in none of the conventional forms, he present the theatre with many problems. Under Elia Kazan’s sensitive but concrete direction, the theatre has solved them admirably.”
Scorro ancora velocemente l’articolo ma non vedo il nome di Marlon. Già è furente perché, nel manifesto, il nome di Jessica è sopra il suo e più grande. La porta dell’ufficio di miss Selznick era chiusa, ma le urla si sentivano lo stesso e questa storia del nome sul manifesto è durata quasi mezz’ora, poi Marlon è uscito dall’ufficio con la coda tra le gambe. Stasera si replica. Ma non è importante. La data che verrà ricordata è quella di ieri, il 3 dicembre 1947. Magari ne faranno anche un film, sembra che sia la nuova moda degli Studios. L’articolo lo leggerò con calma a casa. Ma ora mi devo riposare. E poi devo pensare. Il boss mi ha fatto una proposta. Dopo le repliche all’Ethel, “Streetcar” va in tournée. Si parla di diverse centinaia di repliche, lui seguirà le prime due o tre, poi toccherà a me. Atkinson ha definito “Streetcar” superbo, quindi penso che accetterò. Mi farà bene stare lontano da casa per un po’, in più ci divertiremo un sacco. Uscendo dallo store saluto Dave. Una coppia di ragazzi entra ed io esco subito dopo. Lui mi ricorda qualcuno. Mi fermo e mi giro. Lui è di spalle. Si volta e mi guarda. Sì, mi ricorda qualcuno. Anch’io gli ricordo qualcuno. Forse non andrò più in tournée con “Streetcar”, ma questa è un’altra storia.

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