Le “Parole che curano” di Franca Regina Parizzi

Il libro presentato ieri presso la biblioteca comunale di Lampedusa ad una silenziosa platea incantata dai racconti dell'autrice. Edito da Publiediting e con la prefazione di Umberto Veronesi è acquistabile in rete

La copertina di “Parole che curano”
Il tavolo con la forma dell’isola non lascia dubbi su dove ci si trovi. Ciò che invece risulta atipico è l’insieme. Una presentazione di un libro che non parla di Lampedusa o di migranti, in una stanza di una libreria e con i presenti raccolti in religioso silenzio. Tutti pendono dalle labbra di Franca Regina Parizzi, la dottoressa, pediatra, che presso la biblioteca per ragazzi del Comune di Lampedusa e Linosa gestita da Ibby Italia ha realizzato un evento eccezionale. In primo luogo per l’eccezionalità in se, perché Franca – come tutti la conoscono a Lampedusa – è piuttosto refrattaria ad ogni forma di protagonismo ed’è raro vederla presentare al pubblico il proprio lavoro. Poi c’è il motivo dell’evento: le “Parole che curano”. Un volume di 240 pagine redatto insieme a Maurizio Maria Fossati e con la prefazione dello scomparso Umberto Veronesi. “Parole che curano” e che sembravano curare già dalla voce di Franca Parizzi che narrava aneddoti legati alla stesura del libro ed agli episodi da cui nasce. In sala il silenzio era di attenzione, ma anche di massimo rispetto nei confronti di chi raccontava che quando si trovava sul lettino per essere visitata, ha provato ad incrociare lo sguardo di una collega in quel momento entrata in sala, per un saluto, ma questa non l’ha vista. Non ha guardato la paziente in viso e non si è accorta che su quel lettino c’era la sua collega, quella che incontrava ogni giorno sul lavoro. Il distacco emotivo tra medico e paziente, il valore del prendersi cura dei pazienti invece del solo curarli, il bisogno che il paziente ha delle attenzioni del proprio medico, tutto narrato attraverso i punti di vista e le esperienze del medico e del paziente. Una raccolta di esperienze reali di medici e pazienti e di aneddoti e circostanze che accompagnano con semplicità il lettore lungo il cammino della medicina narrativa e dei suoi effetti. Un testo che dovrebbe essere adottato nelle facoltà di medicina, dove l’industria dei nuovi camici bianchi rende i neolaureati emotivamente freddi e distanti dagli ammalati, facendo perdere quella soglia di empatia che invece era presente nei giovani aspiranti medici iscritti al primo anno di università.
Franca Regina Parizzi
Ieri pomeriggio, nella Lampedusa in cui vive ormai stabilmente da anni Franca Regina Parizzi, è andato in scena “Parole che curano – L’empatia come buona medicina – Storie di malati, familiari e curanti”, edito da Publiediting. Un saggio di medicina narrativa presentato dall’autrice: la dottoressa pediatra milanese che dopo il lavoro alla Clinica Pediatrica dell’Università di Milano Bicocca ha deciso di stabilirsi a Lampedusa per gli anni della pensione. Del saggio, un paio di mesi prima della sua scomparsa, il luminare dell’oncologia Umberto Veronesi scrisse una breve ed incisiva prefazione. Della prefazione di Veronesi colpisce in particolare quanto il compianto professore abbia considerato “raccomandabile” la lettura del lavoro firmato da Parizzi e Fossati: “Narrare la malattia significa voler uscire da un universo chiuso, e condividerla con gli altri. Ho sempre creduto nell’importanza dell’ascolto, e credo che la ‘medicina narrativa’, che si può integrare perfettamente con la medicina tecnologica e basata sull’evidenza, abbia un valore inestimabile. Come di grande valore, sia per la sua divulgabilità, sia per l’esaustiva ampiezza degli argomenti affrontati, ha questo ‘Parole che curano’; davvero un testo la cui lettura si raccomanda per comprendere a fondo la medicina narrativa che ha il grande merito di voler capire l’uomo malato, l’individuo che è stato investito in pieno da una specie di ‘rottura biografica’ e che per guarire ha bisogno di rimettere insieme i suoi pezzi.” Il concetto chiaro di “rimettere insieme i propri pezzi” durante la malattia, lo ha spiegato bene e con la dolcezza che contraddistingue il suo modo di parlare, ieri, la stessa dottoressa Parizzi nella sua introduzione al concetto di medicina narrativa. Perché, secondo la pediatra che si abbassa alla stessa altezza dei suoi piccoli pazienti per renderli partecipi della diagnosi invece che solo oggetto della visita, un uomo non è una macchina da aggiustare ma un essere umano che deve essere aiutato a guarire. Un testo prezioso, un saggio per tutti.

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