Se Filippo VI e Rajoy avessero studiato in Italia…

Editoriale di Mauro Seminara

Sin dal primo momento, da Madrid è arrivata solo severa repressione nei confronti dei catalani che invocavano maggiore autonomia. Una riconquista di autonomia che si erano visti sottrarre nel buon nome della recessione iniziata alla fine dello scorso decennio. I rapporti si inasprivano tra Barcellona e Madrid e dalla capitale della madrepatria non arrivava altro che una porta chiusa in faccia ai catalani che, dal canto loro non erano certo i più fervidi credenti di una Spagna unita. In Catalogna infatti lo spettro di Francisco Franco si è sempre aggirato appena fuori dai palazzi della Generalitat. il Caudillo de España aveva annesso la regione della Catalogna a discapito della cultura e della lingua catalana. La chiusura del monarca Filippo VI e del suo premier Mariano Rajoy partiva quindi già svantaggiata da un rapporto tra la Catalogna e la Spagna non nato da un amore ma frutto di una violenza. Il Governo di Carles Puygdemont e la sua maggioranza indipendentista nel Parlamento della Generalitat catalana ha sempre invocato il referendum consultivo per l’indipendenza della regione quale grave minaccia verso la chiusura di Madrid. Barcellona minacciava Madrid e questa a sua volta minacciava Barcellona negando qualunque forma di dialogo. Una chiusura ottusa che ha spinto gli indipendentisti verso una data: quella del 1 ottobre. Data celebre passata alla storia per la violenza con cui la Polizia nazionale spagnola, la Guardia Civil, ha “ferito” un migliaio di persone. Ma prima di arrivare alle incursioni dei punitivi Guardia Civil, in Spagna si erano già visti arresti di funzionari rei della preparazione del referendum, minacce di arresto al presidente della Catalogna Carles Puygdemont, ipotesi di commissariamento della Generalitat, annunci di adozione dei dettami dell’articolo 155 sulla revoca dello Statuto di autonomia della Catalogna. Il tutto a fronte di un referendum che sia per il Governo di Mariano Rajoy che per l’intera Unione europea non aveva alcun valore. Cioè una consultazione che, oltre a non avere certezza di vittoria degli indipendentisti, all’indomani del fatidico “1-o”, sarebbe stata banalmente “non ricevuta” dalla Corona come dall’Unione europea che non poteva far altro che attenersi ai trattati irreversibili su cui si fonda. Questo se di fatto il referendum catalano aveva lo stesso valore, cioè nullo, di quello del Veneto o della Lombardia.
Eppure, in Catalogna è stata commissariata la Polizia catalana: il Mossos d’Esquadra. È stato inviato un reggimento di “manganelli facili” della Guardia Civil con caserme galleggianti ormeggiate nel porto di Barcellona per sequestrare le urne, chiudere i seggi, picchiare un migliaio di elettori e spaventare gli altri. Tutto ciò non ha fatto altro che aumentare l’autodeterminazione dei catalani, anche di quelli che tutto sommato in Spagna ci potevano anche vivere felici. Malgrado l’invettiva di Rajoy e di Filippo VI, la Catalogna non dichiara l’indipendenza e la “sospende” in attesa di una apertura al dialogo da parte di Madrid. Ma questa apertura, neanche a dirlo, non arriva. Anzi. Senza che a Madrid se ne rendessero conto, il presidente catalano Puygdemont aveva nel frattempo acceso un fiammifero e lo aveva lasciato nelle mani di Rajoy che inevitabilmente ha finito per bruciarsi. Sabato scorso, a dichiarazione di indipendenza sospesa, il premier esce con un discorso pubblico, annuncia l’adozione dell’articolo 155 ed anticipa la destituzione del Governo catalano e la probabile data per le nuove elezioni catalane già tra due mesi. Si è bruciato le mani da solo ed ha dichiarato, lui, Rajoy, l’indipendenza della Catalogna in un solo colpo. La presidente del Parlamento catalano annuncia irricevibile e di nessun valore l’azione di Rajoy, lo definisce un attacco alla democrazia catalana e fissa la seduta plenaria per ieri, venerdì 27 ottobre 2017. Tra astensioni e gruppi usciti dall’aula, i 70 voti segreti favorevoli all’indipendenza scatenano la piazza ed in strada esplode la festa di migliaia di catalani. Repubblica Indipendente di Catalogna: come voluto da Mariano Rajoy che ne ha spinto in ogni modo la costituzione. Adesso la condizione instaurata difficilmente permetterà ad una delle parti di tirare indietro la gamba. Per Madrid il presidente ad interim della Catalogna è Mariano Rajoy ed il 21 dicembre si vota per “riempire” il Parlamento catalano sciolto con regio decreto. Per la Catalogna Madrid non ha giurisdizione sul loro processo costituente ed a Barcellona si attendono la difesa popolare nel caso di arresto dei loro democraticamente eletti rappresentanti.
Tutto questo perché, malgrado la vicinanza geografica e culturale, pare che in Spagna non abbiano imparato proprio nulla dall’Italia. Infatti, nel caso della Spagna si erano già allertati il Consiglio europeo e l’Europarlamento, erano stati condannati gli atti di violenza ed erano state messe le mani avanti sul referendum che chiaramente non poteva avere valore legale o di mandato. Perfino la Cancelleria tedesca si era premurata di sostenere moralmente Rajoy nella sua repressione dei figli infedeli di Spagna. In Italia invece sono stati esperiti due referendum analoghi, uno in Lombardia ed uno in Veneto. Nessuno ha battuto ciglio, tanto non avevano alcun valore se non in termini di bilancio delle rispettive Regioni: si sono fumati qualche decina di milioni di euro. In Lombardia hanno sperimentato il referendum con il tablet facendo votare i lombardi alle urne ma in rete, dopo che da mesi in Italia ce la menano con la validità dei voti sulla piattaforma Rousseau del Movimento Cinque Stelle ed accessibile solo agli iscritti certificati, e nessuno ha battuto ciglio. Ovviamente hanno vinto i voti in favore della pretesa di maggiore autonomia. Gli elettori delegano quindi ai Governi regionali la formulazione di trattative per ottenere concessioni da statuto speciale, e nessuno si preoccupa. Anzi. Da Roma arriva persino l’apertura sul “parliamone” anche quando il presidente del Veneto spara il 9/10. Cioè, i nove decimi delle tasse che i veneti pagano devono restare in Veneto. Certo! Perché no? Parliamone! I presidenti della Lombardia e del Veneto, Maroni e Zaia, avranno sicuramente un gran vantaggio elettorale alle prossime elezioni. Sono quelli dell’autonomia, quelli dei referendum, quelli del “le tasse ce le teniamo e non manteniamo più le regioni povere con il sudore delle nostre fronti!”. Valanghe di voti alle prossime elezioni politiche, in primavera. Nel frattempo però dovranno formulare le proposte di riforme costituzionali per le speciali autonomie richieste – che ancora non hanno forma né contenuto – e queste dovranno essere contrattate con la maggioranza parlamentare romana, poi, dopo un’ipotetica scrematura, dovranno passare dalle rispettive commissioni parlamentari, infine dovranno passare l’esame del Parlamento secondo i dettami di simili riforme: doppio passaggio con la maggioranza assoluta dei voti favorevoli. Insomma, la Lombardia ed il Veneto avranno la loro autonomia nel prossimo secolo, forse. La Catalogna invece ha ormai messo il piede nella propria indipendenza. Piede irreversibile, come detto, e che non può che produrre adesso una triste quanto grave collisione. Gli Stati indipendentisti dell’Unione europea, come l’Irlanda e la Croazia, con chi staranno? Ed il Mossos d’Esquadra resterà fedele alla Catalogna che nel frattempo si è autodeterminata e dichiarata indipendente o seguirà la Spagna restando fedele ad una bandiera “estranea”? Caro mariano Rajoy, caro Filippo VI, forse vi conveniva studiare un po’ di malsana politica italiana. A quest’ora non vi trovereste in questa condizione, perché non era altro che politica. In fondo, alla resa dei conti, comunque, qualunque cosa dica la Corona, l’Unione europea oppure i trattati costituenti e gli accordi confederanti, l’unica cosa certa è che a fronte della manifesta volontà popolare i trattati diventano accordi immorali appellabili. Perché i trattati li firmano i delegati dal popolo, ed il popolo può revocare ciò che vuole. Anche i trattati europei.

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