Haftar minaccia Tripoli e le milizie gli spianano la strada e liberano i migranti dai lager

La Commissione del Consiglio d’Europa chiede chiarimenti al Ministero dell’Interno sugli accordi con la Libia. Capitolata la Brigata 48 di “al-Ammu” Dabbashi i migranti imprigionati nei campi di contenimento vengono liberati e presto raggiungeranno l’Italia mentre il generale Haftar rispolvera l’operazione “Dignità” con cui marciare su Tripoli e prendere il controllo della capitale

Gli accordi con la Libia sul contenimento dei migranti avevano destato perplessità in quanti ricordavano l’esperienza già vissuta nel 2009 e nel 2010 dall’allora ministro dell’Interno Roberto Maroni. Perplessità lecite che riguardavano il rispetto delle leggi, dei trattati internazionali e delle Costituzioni. Non delle prese di posizione sull’opportunità umanitaria di concordare con un Paese che non ha mai aderito alla Carta dei Diritti dell’uomo, e che in questo momento non aderisce neanche ad un’unica bandiera, ma sull’attuabilità degli accordi sotto il profilo meramente legale. Le iniziative del ministro Marco Minniti erano state “approvate” dall’Unione europea, lodate trasversalmente dal più dei partiti italiani ed applaudite da quanti si sono lasciati convincere – non senza una punta di idiozia – che tutti i problemi dell’Italia erano causati dall’enorme ed insostenibile flusso migratorio a cui, per volere dello stesso Governo di Roma, si faceva fronte da soli senza un sostanziale contributo europeo. C’è voluto un po’ di tempo, e forse ci sono voluti anche gli scontri ed i morti di Sabrata, perché la Commissione per i Diritti umani dell’Unione si svegliasse con una missiva indirizzata al Viminale.

“Dear Minister”, scrive il commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Nils Muiznieks, nella lettera indirizzata a Marco Minniti del 28 settembre. Una apertura cordiale, quasi affettuosa ed un altrettanto cordiale “Yours Sincerely” in chiusura. Ma il corpo della missiva è molto più pratico ed articolato e pretende chiarimenti circa gli accordi con la Libia, con quale parte della Libia, e quali garanzie sui diritti umani dei migranti l’Italia sta offrendo perché questi non vengano condannati ai maltrattamenti in un Paese in cui il valore della vita dei migranti è prossimo allo zero. “Alla luce di queste relazioni – scrive Nils Muiznieks riferendosi anche alle inchieste giornalistiche sui cosiddetti “lager” libici – sulla situazione dei diritti umani dei migranti in Libia, affidando loro alle autorità libiche o ad altri gruppi, li espone ad un reale rischio di tortura o di trattamenti inumani e degradanti.” Nella richiesta di relazione sullo stato degli accordi e sulle misure intraprese dal Ministero dell’Interno italiano per garantire i migranti, il commissario ricorda al ministro l’articolo 3 della Convenzione europea sui diritti dell’uomo.

“Mai navi italiane o che collaborano con la Guardia costiera italiana – replica del ministro pubblicata da La Stampa ieri – hanno riportato in Libia migranti tratti in salvo, l’attività delle autorità italiane è finalizzata alla formazione, equipaggiamento e supporto logistico della Guardia costiera libica, non ad attività di respingimento”. Continua il quotidiano torinese con il proseguo di Minniti: “L’Italia non sottovaluta affatto il tema del rispetto dei diritti umani in Libia e, anzi, lo considera cruciale, al punto da farne una componente essenziale della complessiva strategia sviluppata dal Governo”. Questa sarebbe la replica del ministro alle richieste del commissario che però vengono affidate alla stampa, non risulta – almeno fino a ieri secondo Ansa – che il commissario abbia ricevuto una risposta formale dal Ministero. La lettera di Nils Muiznieks in realtà ha incuriosito alcune testate aprendo un simpatico siparietto, ma riguarda una richiesta del 28 settembre ed a quella data le condizioni della Libia avevano ancora una minima parvenza di stabilità malgrado in quel di Sabrata si sparava già da una decina di giorni.

Lo stato degli scontri in Libia ha visto un rapido deterioramento di tutti gli accordi internazionali ed al centro dell’escalation sovversiva c’è la posizione che alcune milizie della Tripolitania vicine al generale cirenaico Khalifa Haftar hanno preso con le armi in pugno. Uno dei colonnelli delle Forze fedeli ad Haftar, Abdelrazik Al-Nadori, ha rilasciato nei giorni scorsi una intervista al giornale svizzero di lingua tedesca Neuen Zürcher Zeitung. Alla testata di Zurigo il generale al-Nadori ha dichiarato le Forze di Haftar pronte ad entrare a Tripoli con 35.000 uomini. L’operazione, sempre la stessa “Dignità” che Haftar tiene nel cassetto dallo scorso anno militarmente pianificata, conta sulla facilitazione di milizie che dal versante ovest di Tripoli faciliterebbero la presa della capitale. Ovviamente tutto nel nome della insindacabile lotta agli integralisti islamici insediati nella regione Tripolitania. Stessa motivazione con cui la Brigata Wadi avrebbe attaccato la milizia dei Dabbashi nella provincia di Sabrata: proteggevano i terroristi dell’Isis. Forse chi ha contribuito a creare lo Stato Islamico, lo ha nutrito, finanziato ed armato, doveva uscire subito allo scoperto ponendo i dovuti diritti sullo sfruttamento per le guerre arbitrarie da fare in giro per il mondo. Perché la conseguenza di questa entità è che chiunque può adesso conquistare territori in nome della liberazione dal terrorismo.

Se la Brigata 48 facente capo allo “Zio” al-Ammu Dabbashi, che stava al ruolo di protettore degli interessi dell’ENI – previo supposto lauto compenso – e degli accordi tra Italia e Libia di Sarraj stando alle inchieste di Reuters e Associated Press, è capitolata sotto i colpi delle brigate vicine ad Haftar e contrarie al blocco del traffico di migranti, le milizie interessate al mantenimento dello status quo da Tripoli alla Tunisia hanno visto bruciare le loro case e quelle che nel caos fanno affari d’oro adesso potrebbero realmente aprire le porte della capitale alla marcia di Haftar. Il generale voleva qualcosa, ed ha provato ad ottenerla a Parigi, Roma, Tunisi, al Cairo e forse anche altrove. Ma dal lato occidentale del mondo non c’era intenzione alcuna di concedere al generale vicino ai Paesi di alleanza – ufficiale o meno – russa e poco affidabile quindi per gli accordi e gli interessi della Nato. Khalifa Haftar pretendeva, da tempo, il Ministero della Difesa dell’unificato Stato della Libia, la rimozione dell’embargo sulle armi e qualche decina di miliardi di euro (o dollari) per acquistarle. Tutti punti inammissibili per chi si ritroverebbe un futuro “Rais” anche potente di quanto e poco servile come il colonnello Muammar Gheddafi ucciso a sangue freddo nel 2011. Con in più armi e uomini.
In questo nuovo scenario, in cui si sono apparentemente rotte le trattative, la liberazione dei migranti dai campi di contenimento ed il loro imbarco verso l’Italia contribuisce all’economia delle milizie che oggi controllano da Sabrata a Zwuara, al nuovo tavolo di trattative con chi ricomincerà a subire ingenti flussi migratori ed all’interferenza naturale con un piano di insediamento di governo fantoccio che secondo la Libia cirenaica è già stato disegnato e da cui Haftar resterebbe fuori.

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