Immagini e parole nel Mediterraneo: Sciacca film Fest, il diario di un viaggio/3

Rubrica culturale di Roberto Greco

Arrivo a Badia Grande poco prima delle 19. La giornata è molto densa di appuntamenti importanti. Si comincia con “Totò e Vicè”, opera del duo registico Battaglia-De Paola. Si tratta di un poetico omaggio a Franco Scaldati attraverso la mise en scène della sua “Totò e Vicè” che titola il lavoro. Il cortile, centro del mondo attorno al quale ruotano le storie del maestro Scaldati, viene raccontato con garbo e, seppur manchi un maggior senso di tetra claustrofobia, che avrebbe forse fatto crescere un po’ il senso di angoscia nello spettatore, gli attori vengano fatti muovere in uno spazio nel quale sembrano di trovarsi a proprio agio. Interessante la scommessa produttiva che ha portato alla realizzazione del film a cui hanno collaborato giovani allievi dell’Accademia di Belle Arti di Palermo.

Alberto Castiglione allo Sciacca Film Fest
Mentre mi volto, un primo piano di Viggo Mortensen mi guarda dritto negli occhi. Si tratta di “Captain Fantastic” di Matt Ross, più noto come interprete di serie televisive e film che non come regista, proiettato all’arena. Il film indica la strada possibile per creare un mondo diverso e racconta la vita di una coppia che ha deciso di far crescere i loro sei figli lontano dalla città. Interessante il personaggio del padre, ottimamente interpretato da Viggo Mortensen, che espande l’attuale concetto di genitorialità e propone un capo-famiglia, seppur destrutturato rispetto al proprio concetto iniziale, che si cura del corpo e della mente dei propri figli. Purtroppo l’attesissimo “Gatta Cenerentola” non risulta essere più in concorso, così leggo su una serie di piccoli manifesti che lo staff del festival sta distribuendo ovunque. Intravedo Alicia, che muove la sua mano per attirare la mia attenzione, in mezzo ad un gruppo di visitatori che si stanno dirigendo verso la Sala deli Archi, dove proiettano “Mario soffia sulla cenere” del palermitano Alberto Castiglione, sua prima opera di fiction. Girato nelle campagne circostanti a Campobello di Licata, nella provincia di Agrigento, il film racconta un ritorno nella terra d’origine per il quale, il prezzo da pagare, è chiudere definitivamente i conti con il proprio passato e le proprie azioni. Castiglione affronta la sua sfida con un racconto di una realtà contadina, non dissimile a quella ben disegnata da Gavino Ledda, in cui il padre è anche padrone ed il legame con la terra, soprattutto se da questa proviene il sostentamento per la famiglia, è indissolubile e primario. Non la solitudine di un pascolo in montagna con le pecore, ma la negazione delle piccole gioie e soddisfazioni che riempiono la vita di un bambino e che lo fanno sentire, per questo, diverso dagli altri.
Sino Caracappa si muove velocemente, replica della proiezione de “La guerra dei cafoni”. Vedo un gruppo di persone entrare in sala ed altre, mosse da un sommesso passaparola, abbandonano la proiezione del film di Ross e preferiscono affidarsi al duo Barletti-Conte.

Si può arrivare alla veneranda età di ottant’anni e non aver mai visto il mare? Questo poteva succedere nel secolo scorso, mi verrebbe da pensare, ma “Funne. Le ragazze che sognavano il mare”, di Katia Bernardi, è il racconto di un gruppo di ottantenni che vivono in Trentino. Per coronare il loro sogno è necessario del denaro e per mettere insieme la cifra, le nostre dolci vecchiette riscoprono, tra alti e bassi, quanto sia divertente vivere. Un documentario sul cinema, sul mestiere dell’attore e su quanto possa essere distruttivo, per un attore, essere identificato per tutta la vita con un determinato personaggio. Certo che Luca Zingaretti è sempre più spesso “quello che fa Montalbano” ed è finito per diventare il suo stesso personaggio, come successe, diversi anni fa ad Ubaldo Lay, che si trovò imprigionato nel personaggio del tenente Sheridan. E’ quello che è successo a Lou Castel, imprigionato dai personaggi interpretati, raccontato da “A pugni chiusi” di Pierpaolo De Sanctis. E’ il momento di cenare e mi avvio per assaggiare “lenticchie con cozze”. Mi siedo vicino un gruppo di persone arrivate a Sciacca per vedere il film di un loro amico che è stato proiettato al festival. Non parlano di cinema. E non è sicuramente grande cinema “Magic in the moonlight”, il film di Allen che accompagna l’ultima notte del festival verso la giornata delle premiazioni. Peccato che non sia uno dei suoi film migliori e brillanti. Allen si ritrova tra le mani un film in cui, troppo spesso, la sceneggiatura è superficiale. Anche la scelta dei due protagonisti, forse, al di là delle individuali capacità, non risulta essere azzeccata. Peccato, perché la scelta del casting ha sempre contraddistinto Allen, capace a trovare sempre la chiave giusta tra il suo personaggio e la materia dell’attore scelto.
Buona notte. Buio.

Ultima giornata di festival. Come si diceva una volta, il gioco è fatto. Le giurie hanno già deciso. Diverse proiezioni durante la giornata. S’inizia con “Professione Remotti”, di Silvio Montanaro e “Camera mia” di Alessandro Piva. Ottantotto anni e non sentirli. Remo Remotti si racconta attraverso l’occhio di Silvio Montanaro attraverso le sue provocazioni e disinibizioni e che gode delle musiche di Antonello Salis. Quasi il testamento di un artista che si mette in gioco per realizzare quella che, potrebbe, diventare la sua autobiografia. Alessandro Piva, invece, esplora il delicato mondo dei ragazzi per identificare i loro gusti, le loro tendenze, sensibilità e memorie. Attraverso il suo sguardo varchiamo la porta d’ingresso della stanza dei nostri ragazzi, senza che nulla venga occultato.

L’arrivo di Stella Egitto, madrina della serata di chiusura, ha creato un po’ di movimento. Il numero dei curiosi cresce e, come spesso accade, il cinefilo incallito, dispensatori di acri commenti sui film commerciali, spesso, in presenza di evidente grazie femminili, comincia ad allungare la sua lista delle eccezioni. Durante la serata viene proiettato “In guerra per amore” il film di PIF che vede, tra le interpreti Stella Egitto. Una prima, sappiamo già che non sarà l’ultima, versione cinematografica del “Mondo di mezzo” di cui si è occupata la maxi-inchiesta definita “Mafia Capitale”. Una storia che può sembrare a margine dal mondo complesso svelato dalle inchieste, ma che racconta, attraverso una storia individuale, come il singolo opportunismo personale, per sé o per la propria famiglia porta, inevitabilmente, nel gioco delle collusioni. E l’opportunismo, fa sistema. Ancora un’interessante storia narrata da Edoardo Winspeare. La storia di una redenzione, strumento della quale è l’arte. “Una vita in comune” racconta che “solo la bellezza ci salverà”. La Sala degli Archi e la Sala dei Palchi ospitano l’omaggio a Filippo Bentivegna e a Max Ophuls. Le luci sul palco dell’arena si accendono. Inizia la cerimonia di premiazione. Vedo Sino che si avvia verso il palco, mi fa un cenno. Con la mano gli indico che sto andando e che ci sentiremo al telefono. E la premiazione? No, quella non m’interessa. Sono venuto a vedere film, non premiazioni.
Buio.

Roberto Greco

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