Flussi migratori dalla Libia: il traffico riparte a maggio del 2018, prima si vota!

L'ammiraglio De Giorgi e Gino Strada contro il ministro Marco Minniti e gli accordi con la Libia. Fatti per ragioni elettorali per l'ex capo della Difesa ed inumani secondo il fondatore di Emergency

Gino Strada
“Però gli sbarchi sono diminuiti” è la frase che si sente pronunciare più di frequente quando si parla del fenomeno migratorio e degli accordi con la Libia. A dirlo sono solitamente esponenti della maggioranza di Governo. Quel “però” è la premessa che rende ineludibile il prezzo della riduzione degli arrivi. L’ultimo, in ordine di tempo, a puntare gravemente il dito su tali accordi per sottolinearne la vera natura ed il prezzo che paghiamo dal punto di vista umanitario è il fondatore di Emergency. Come sempre diretto e brutale, Gino Strada ha definito la questione senza mezzi termini: “Noi siamo già oggi responsabili di diverse morti e di torture, di centinaia o migliaia di violazioni dei diritti umani e per soddisfare il nostro egoismo e gli interessi di una politica di livello infimo non esitiamo a ributtare queste persone in mano a torturatori e assassini. Non potremo dire ‘non lo sapevamo”. Questo attacco di Strada, che ha definito il ministro dell’Interno Marco Minniti in maniera poco lusinghiera con l’accezione negativa del termine “sbirro”, attiene all’aspetto umano della vicenda ed alle sorti delle persone che il Governo si vanta di non far arrivare più in Italia. Le parole di Gino Strada, per esattezza, sono state: “Ha una storia da sbirro e va avanti su quella strada lì. Per lui far finire donne e bambini morti ammazzati nelle carceri libiche è una cosa compatibile con i suoi valori. Con i miei no”.

Giuseppe De Giorgi
Un’altra voce priva di clemenza nei confronti di questa operazione è quella dell’ex capo di Stato Maggiore della Difesa, l’ammiraglio Giuseppe De Giorgi. In una recente intervista rilasciata ad Andrea Cucco per Difesa Online, De Giorgi descrive senza mezzi termini l’operazione in questo modo: “In Libia ci sono due partite in atto. La prima, tutta italo-italiana, si gioca sul tema elettorale dell’immigrazione, che avrà, insieme a quello della sicurezza in senso lato, un peso determinante sull’esito delle prossime elezioni politiche e sui rapporti di forza all’interno del PD. La seconda è quella strategica, della difesa dall’interesse nazionale in Libia”. L’ammiraglio, ed ex capo della Difesa italiana, si era pronunciato anche riguardo all’operato delle Ong che dapprima erano divenute il “braccio operativo avanzato” del SAR della Capitaneria di Porto e successivamente: “Visti i numeri in continua ascesa e l’orientamento dell’opinione pubblica, il Governo decideva l’inversione di rotta nella sua politica verso il tema immigrazione: dall’accoglienza, come valore assoluto da difendere con cristiana solidarietà, al blocco dell’emigrazione dalla Libia ad ogni costo”.

Marco Minniti
Sempre parlando di costi, ci sarebbero anche quelli in euro che l’Italia sosterrebbe per assicurarsi che i migranti non partano. Ad asserirlo sono le più prestigiose agenzie giornalistiche mondiali: Reuters ed Associated Press. Le rispettive inchieste rivelano accordi diretti tra il Governo italiano da una parte e la mafia e le milizie libiche che gestiscono il traffico di migranti dall’altra. La notizia-accusa era stata smentita dal Governo italiano mediante l’agenzia di stampa nazionale Ansa, ma il quadro prospettato da Reuters ed AP era abbastanza circostanziato e l’inchiesta della Associated Press citava proprio il re del traffico di migranti che impera ad ovest di Tripoli, il boss Al-Ammu. Lo stesso soggetto che risulta poi legato alla “Brigata 48” e quindi al grande vessillo della brigata di al-Dabashi. Milizie così potenti da poter garantire o negare la sicurezza agli investimenti dell’Eni in Libia. Qualora si dimostrasse che il Governo italiano paga, direttamente o indirettamente per tramite del Governo di Fayez al-Sarraj, i trafficanti e le milizie di Sabrata, Zawia e Zuwara, la credibilità perderebbe quel consenso che in questo momento pare guadagnare.

Pozzi petroliferi
Il ruolo dell’Eni ed i rapporti con le milizie di Al-Ammu sono quelli di chi non agisce con i canali istituzionali dovendo difendere investimenti molto preziosi per la nazione in territori poco sicuri. Per chiarire questo aspetto citiamo nuovamente l’ammiraglio De Giorgi: “L’ENI, la nostra compagnia delle Indie, ha condizionato la politica estera italiana da Mattei in poi. E’ un ruolo che assolve molto efficacemente, investendo nei paesi in cui opera, finanziando scuole e ospedali. Non potendo contare sulla nostra Difesa, si è affidata a robusti reparti di ‘contractors‘ o di milizie amiche, a protezione del suo personale e delle sue installazioni. Quando il contesto è troppo pericoloso per le iniziative istituzionali, l’Eni c’è.” Ma fino a quando l’Eni potrà garantire la propria sicurezza, se l’attuale intreccio che vedrebbe il Governo scendere in diretta trattativa con le mafie-milizie locali minando il rapporto “segreto” con l’azienda petrolifera non è dato saperlo. Quel rapporto parallelo e riservato in questo momento risulterebbe, stando alle inchieste delle agenzie internazionali, un rapporto a tre che però potrebbe venire meno domani se la parte istituzionale fosse travolta da qualcosa che impedirebbe il prosieguo dei rapporti con chi fa oggi il lavoro sporco. Certo è che il Governo, prendendo ipoteticamente per buone le accuse di Reuters ed AP, non potrà compensare a lungo il mancato guadagno ai trafficanti che bloccano le partenze dei migranti invece di incentivarle. Unendo i puntini, parrebbe proprio venir fuori il disegno proposto da De Giorgi. Si può quindi presumere che i trafficanti libici staranno buoni per tutto l’inverno e fino alla primavera. Poi, ad elezioni italiane esperite, chiunque abbia vinto, i barconi torneranno a solcare il Mediterraneo per approdare in Italia come prima e più di prima.