Il fascismo nasce dallo Stato

Editoriale di Mauro Seminara

Sarebbe bello poter asserire che l’esasperazione degli animi in Italia è scatenata da questa torrida estate e che senza alcun dubbio scemerà con l’arrivo dell’autunno. Temo però che sarebbe una teoria azzardata circa il clima di odio che imperversa lungo lo stivale. Piuttosto è assai probabile che il sentimento sia parte inscindibile del popolo e che qualcosa lo abbia sdoganato. Il primo giorno dell’anno 1948 entrò in vigore la Costituzione italiana dopo due anni di lavori dell’Assemblea Costituente. Un documento degno di profonda ammirazione ancora oggi. Forse la Carta Costituzionale più bella del mondo, come diceva Roberto Benigni prima di trasformarsi nel testimonial della tentata devastazione di quel tanto ammirato testo. La Costituzione veniva elaborata all’indomani del triste ventennio fascista e teneva conto di tutti gli errori e le debolezze dello Stato e dell’animo umano. Un testo la cui onestà intellettuale non poteva che essere sottoscritta da ogni schieramento politico, in modo trasversale e senza remore da consenso elettorale. La Costituzione italiana imponeva, e dovrebbe farlo ancora oggi, dei valori fondanti di civiltà ed un indirizzo morale laico per la Nazione.

Da quel primo giorno di gennaio del 1948 arriviamo direttamente ai giorni nostri. Anzi, a qualche settimana fa. Quando ancora si leggevano qua e la commenti con la premessa “Io non sono razzista, però…”. Perché ad esprimere opinioni contrarie alla morale nazionale ci voleva coraggio. Il timore di ritrovarsi immediatamente tacciati di razzismo – o di stronzismo – era dietro l’angolo. Pudore obbligato culturalmente dall’indirizzo morale che i padri costituenti tracciarono alla luce di quel che il popolo italiano stesso era stato in grado di fare durante il fascismo. Malgrado la perdurante esistenza di movimenti politici di estrema destra, la morale nazionale era quella dell’Italia che ripudia la guerra e dell’articolo 2 che recitava: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”. Al di la di populismo da quattro soldi, blaterato da partiti impegnati a propagandare secessionismo legittimato dal più alto valore dei propri elettori rispetto a quello degli italiani del sud, e da altri movimenti politici di pari mirabile ideologia, l’Italia aveva mantenuto un certo senso del pudore sotto il profilo morale. E per questo non era certo stato necessario il Vaticano o il suo sovrano Jorge Bergoglio. Poi però, d’un tratto, qualcosa cambia nel peggiore dei modi la caratteristica di cui italiano poteva andare fiero: la non belligeranza. D’un tratto il nemico sociale non è più l’euro o l’Unione europea. All’improvviso gli italiani scoprono che il loro unico vero nemico è quel migrante che adesso si può odiare alla luce del sole. Senza più vergogna.

È difficile non associare quel che accade in Italia oggi con quanto si verificò in quella Germania di Adolf Hitler in cui i tedeschi, dall’oggi al domani, iniziarono ad odiare il vicino di casa perché ebreo. Quello stesso vicino di casa con cui fino al giorno prima intercorrevano civilissimi rapporti. Quei tedeschi felici della deportazione degli ebrei somigliano davvero tanto a questi italiani soddisfatti del programma italo-libico di contenimento dei flussi migratori con conseguente detenzione dei migranti in quei centri che a livello mondiale sono stato riconosciuti come i nuovi lager. Lo Stato italiano ha detto che si può liberamente odiare i migranti africani e gli italiani pare stiano apprezzando molto questa nuova ideologia. Magari non soltanto i migranti. Chissà, potrebbe bastare avere la pelle nera. Potrebbe anche non essere determinante parlare perfettamente l’italiano ed avere un bimbo in grembo per sentirsi minacciare, prendere a calci ed appellare nel modo più miserabile. Verrebbe da ridere, se non fosse purtroppo una cosa più che seria, al pensiero che il Parlamento della Repubblica italiana intende inasprire le leggi sull’apologia al fascismo.

Sul Corriere della Sera di ieri è apparso un editoriale di Paolo Mieli che ammetto di aver letto con difficoltà, soprattutto quando l’esimio analista ha fatto appello all’onestà intellettuale. Con il titolo “Migranti, calano gli sbarchi La svolta che viene ignorata”, il noto intellettuale proponeva una analisi sulla questione con rocamboleschi giochi di prestigio letterari. Impossibile non citare l’attacco del suo editoriale: Sarà anche a causa (o per merito) di qualche «ex capo mafioso» di Sabratha che ha smesso di aiutare gli scafisti e — per legittimarsi con il governo di Tripoli — adesso anzi li ostacola”. La premessa è quindi già buona. Non c’è niente di male ad avere un mafioso libico voltagabbana – giusto per usare una definizione coniata in epoca fascista – se si ottiene che i migranti non partano più. Nel testo di Mieli, pubblicato lo stesso giorno in cui Gad Lerner dichiara pubblicamente l’addio al PD proprio per i valori che sta manifestando sulla questione migratoria, emerge un tentativo di legittimazione – “negata” – delle azioni di Governo in virtù dei trionfalistici risultati registrati nell’ultimo mese e mezzo con il netto calo degli sbarchi. Passando per l’abolizione della schiavitù negli Stati Uniti del 1807 con la lotta al traffico da parte della Royal Navy inglese, citando le dichiarazioni del presidente dei vescovi italiani Gualtiero Bassetti e del fondatore di Medici Senza Frontiere Bernard Kouchner, assolvendo moralmente la questione con l’idea che stiamo salvando la vita dei migranti esposti altrimenti al rischio di naufragio nel Mediterraneo, Paolo Mieli giunge alla conclusione che in Libia funziona tutto a meraviglia. I migranti non tentano più di raggiungere la costa settentrionale dell’Africa da quando si è sparsa la voce che le navi delle Ong non possono più trasbordare l’una con l’altra le persone soccorse, “ben cinquemila profughi” hanno accettato l’aiuto economico dell’Oim per tornare a casa e l’Unhcr ha aumentato la sorveglianza dei “centri di accoglienza” libici. Il boss mafioso di Sabratha intanto avrà anche letto la Carta dei diritti dell’uomo e ne avrà apprezzato i contenuti. Questa è una forma di deportazione. Lontana dai nostri occhi, vero, ma non dalla nostra capacità di comprensione.

Altra forma di intolleranza razziale invece la stiamo vedendo a Roma, con lo sfollamento di un edificio senza prima aver procurato alloggi alternativi ai richiedenti asilo a cui avremmo garantito protezione. Altra ancora viene spacciata per lotta al caporalato, con unica eccezione dei blitz che riguardano i migranti impiegati nei campi effettuati negli orari e nei luoghi in cui questi riposano e non quando i caporali li arruolano o nei campi di identificabili proprietari schiavisti. Le mafie del settore agroalimentare non vengono quindi rilevate ma in forme e misure associabili si mettono in atto rastrellamenti. E la Nazione, il popolo, plaude a queste iniziative. Perché adesso lo Stato permette a tutti di essere razzisti e quindi di prendersela con un nemico alla propria portata. Anzi, molto più debole. Giustificato anche dal potenziale terrorista che si espelle o si trattiene in luoghi degni della vergogna mondiale. E l’euro? L’Unione europea? La crisi virtuale dei mercati finanziari? Le banche fradice alla radice puntualmente salvate con aiuti di Stato a discapito dei risparmiatori? Tutto dimenticato. Il primo gennaio del prossimo anno, tra pochi mesi, la Costituzione italiana avrebbe compiuto 70 anni tondi. Settant’anni di lavoro morale mandati in malora da qualche mese di attività politica della stessa classe dirigente che voleva riformare un terzo della Costituzione più bella del mondo. Nel delirio di odio razziale che si è innescato, perfino il Papa viene accusato di essere un nemico della cristianità, reo di prendere le difese dei musulmani a discapito dei cristiani e degli italiani con il suo invito all’accoglienza. Secondo Benito Mussolini il fascismo non fu opera del Duce ma degli italiani che tirarono fuori la loro vera natura. Stessa cosa accadde in Germania con il nazismo.

Lo Stato dovrebbe arginare le possibili derive culturali invece di farsi promotore di odio razziale e sociale. Aspettiamo a questo punto anche le camicie nere e le ronde? Manca davvero poco.

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