Codice ONG: una partita che l’Italia rischia di perdere (come tante altre)

Sea Watch consulta un esperto ed il risultato pare essere quello di controversie legali nel caso in cui l'Italia dovesse negare i propri porti in virtù di un Codice comportamentale "Incomprensibile ed immorale".

Alla vigilia della proposta sottoscrizione del Codice di regolamentazione delle Ong arriva la risposta della tedesca Sea Watch. La Ong ha questa mattina diffuso la consulenza richiesta al professor Violeta Moreno-Lax, docente di diritto presso la Queen Mary University di Londra. Secondo l’esperto di Diritto interpellato da Sea Watch, il Codice di comportamento preteso dal Ministero dell’Interno italiano sarebbe “Incomprensibile, disonesto ed immorale”. Ma non si tratta soltanto di un giudizio morale. Il professor professor Violeta Moreno-Lax, nell’intervento diffuso dalla Ong, spiega che il Codice italiano è uno “schizofrenico” insieme di articoli in conflitto con tutte le direttive del mare, internazionali e dei diritti umani oltre che in conflitto con lo se stesso in alcuni punti.

“A pagina uno del Codice – spiega Violeta Moreno-Lax – essi affermano che la protezione della vita umana è l’obiettivo principale delle autorità italiane”. Secondo il docente quindi l’Italia sarebbe in contrasto con i propri doveri internazionali negando i propri porti ed in conflitto con lo stesso Codice proposto violando cosi lo “l’obiettivo principale delle autorità italiane”. L’accademico della Queen Mary University di Londra passa poi in rassegna tutti i punti deboli del Codice appellando la Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare ed ogni altra legge o regolamento adottato dagli Stati ed al di sopra delle leggi nazionali. Il risultato è quindi una dichiarazione duplice quanto semplice: secondo Violeta Moreno-Lax il Codice di comportamento preteso dall’Italia è carta straccia e Sea Watch non intende sottoscriverlo.

Per altre ragioni anche altre Ong non intendono accordare tale Codice. Medici Senza Frontiere violerebbe il proprio statuto accettando funzionari di autorità giudiziaria a bordo. Su questa linea sembrerebbe anche Save the Children. Il resto dei contrari lo scopriremo a breve. Intanto alcune Ong che difendono il dovere di intervento SAR anche solo per il rischio di navigabilità dovuto al natante sovraccarico continuano ad operare nelle immediate vicinanze della costa libica. In tal modo allontanano il più possibile il rischio di altri disastri in mare, ma di contro non vengono meno all’ormai noto “pull factor” paventato inizialmente dall’agenzia europea Frontex e poi riconosciuto anche da altre istituzioni. Quella dei flussi migratori che partono dalla Libia e quella delle Ong sono questioni in cui il Governo italiano pare essersi avvitato e dalle quali difficilmente potrà venir fuori illeso e con una credibilità ancora spendibile sul piano internazionale.

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