19 luglio 1992, ricordi? Si

Editoriale di Mauro Seminara

Fino a quel giorno non avevo mai visto una immagine del genere, se non nei documentari che mostravano il risultato di una esplosione atomica. Un fungo si alzò fino a coprire il Castello Utveggio. Dall’altopiano di Palermo in cui mi trovavo era quella la prospettiva di osservazione richiamata da un boato indimenticabile e dalla vibrazione che attraversò lo stabile sito dall’altra parte della città, forse a causa dello spostamento d’aria. In quel preciso istante mi trovavo nella mia camera, ascoltavo musica e faceva molto caldo. Selezionai la modalità radio facendo immediata ricerca di una edizione straordinaria di giornale radio. Dopo un paio di giri trovai una stazione che anticipò qualcosa, ipotizzando un attentato al giudice Ayala. La residenza di Giuseppe Ayala era appunto nelle vicinanze. Guardai nuovamente fuori, poi presi le chiavi della moto e mi fiondai sul posto. Non fu difficile trovarlo, bastava seguire la colonna di fumo nero e l’odore. Anche questo rimane difficile da dimenticare. Quando arrivai sul posto trovai solo disorientamento. Agenti di ogni divisa increduli e basiti. Nessuno aveva ancora interdetto l’area con il nastro bianco e rosso che da li a breve sarebbe apparso sulla scena. Oltre questo punto risparmierò i dettagli. All’epoca ero giusto un adolescente. Ma l’età non contava nulla. Nessuno era preparato a quello spettacolo raccapricciante. Mi allontanai subito spostandomi al di la della strada principale. Non perché mi fu chiesto, ma perché ritenni doveroso non calpestare, anche involontariamente, i resti di quelle che fino a venti minuti prima erano persone. Ricordo come fosse ieri: un tappeto di frammenti di vetri e brandelli umani sparsi in tutta via D’Amelio. E l’albero. Quell’albero nel cortile al piano terra e ciò che trattenne sui suoi rami. Rimasi li fino alle dieci di sera, seduto sul muro alto poco meno di un paio di metri che si trova attraversando la Via dell’Autonomia siciliana. Grottesco che la sezione tronca di via Mariano D’Amelio sia proprio una traversa della “Autonomia siciliana”. Mi piacerebbe poter scrivere di aver visto, e di ricordare, che fine fece il contenuto della borsa di Paolo Borsellino; ma non è così. C’era gran confusione quando arrivarono tutte le Forze dell’ordine ed ancor più quando qualche autorità osò presentarsi sul posto. E c’era gran confusione anche in testa, e suppongo non soltanto nella mia. Una cosa più di qualunque altra mi risuonava nella testa fino a stordirmi: come è possibile, appena cinquantaquattro giorni dopo la strage di Capaci che si verifichi ciò? E da quel che ho visto, se lo chiesero tutti. Anche l’agente di Polizia che si svestì della sua uniforme per lanciarsi oltre il cordone di sicurezza che proteggeva quello che per lui era il collega in assoluto più alto in grado. E come si slanciava per picchiare! Sono trascorsi venticinque anni, svariati processi, depistaggi, vuoti di memoria vari ed ancora ci chiediamo come possa essere potuto accadere. Anno dopo anno abbiamo assistito ai commoventi anniversari. Abbiamo ascoltato belle parole. Abbiamo visto più assoluzioni che condanne, ma ancora nessuno pare abbia ufficialmente chiesto scusa per ciò che accadde. Non i mandanti o i complici corrotti dei mafiosi che avrebbero “accelerato” la strage. Semplicemente un presidente della Repubblica che chieda ufficialmente scusa, a nome dello Stato, per aver lasciato solo Paolo Borsellino e gli agenti Claudio Traina, Vincenzo Li Muli, Agostino Catalano, Eddie Walter Cosina ed Emanuela Loi. Soli, incontro alla morte più atroce, dopo che Giovanni Falcone, Francesca Laura Morvillo, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani erano stati uccisi da bestie in grado di far saltare per aria duecento metri di autostrada. Obiettivamente dobbiamo riconoscere che, a meno che uno degli artefici no decida di raccontare tutto dopo venticinque anni, non sapremo mai se una parte deviata dello Stato ha avuto un ruolo nelle stragi. Eppure, anche solo per la colpevole negligenza della parte “buona”, una ufficiale proclamazione di “scuse di Stato” sarebbe dovuta.

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