Amministrative? “Signore e signori, buonanotte!”

L’esito di queste elezioni comunali ha determinato due punti certi: hanno vinto le liste civiche e ha perso il Movimento Cinque Stelle. Sul primo dei due punti aleggiano però parecchie incognite. Domande legittime potrebbero riguardare la natura di queste liste ed il perché queste numerose ed estemporanee liste civiche a sostegno dei candidati sindaco abbiano raccolto, nel più dei casi, molti più voti dei partiti ufficialmente rappresentati. Certo è che il bottino ufficiale del Partito Democratico, di Forza Italia e della Lega Nord non è per nulla più ricco di quello del Movimento Cinque Stelle. Considerando inoltre che il primo dei tre era presente in quasi la metà dei Comuni in cui competeva il movimento di Grillo, pare che Renzi abbia davvero ben poco da festeggiare. Resta comunque che “onestà, onestà!” non ha fatto breccia non ha fatto breccia penetrando le urne. É rimasto un proposito buono per le piazze e niente di più. Perfino a Sciacca, Comune siciliano in provincia di Agrigento, dove la folla oceanica che applaudiva Di Battista aveva fatto sbilanciare Giancarlo Cancelleri – convinto che su quel Municipio si sarebbe issata la bandiera pentastellata – il candidato del Movimento è rimasto fermo al palo con meno del venti percento. Neanche al ballottaggio! E non sono stati solo i Cinque Stelle a prendere severe bastonate. Tra le liste civiche genuine, anche nei Comuni più piccoli (fatta eccezione per quelle da calderone PD e FI), quelle che con i loro nomi lasciavano intendere la pretesa partecipazione civica – appunto – per il rispettivo Comune hanno raccolto una percentuale di voti mortificante. E a volerla dire proprio tutta, forse non solo gli slogan partecipativi hanno registrato coincidenza con le disfatte. In occasione del suo penultimo comizio, Giusi Nicolini ha avuto la felice idea di far proiettare “L’ora legale” di Ficarra e Picone. Il film del duo palermitano che narra di un candidato onesto e capace di rendere il Comune amministrato bellissimo ed efficiente ma che viene malamente cacciato dai suoi concittadini pentiti e che gli hanno preferito in corso di mandato il losco ex sindaco in attesa di giudizio. Certo non è questa la ragione della sconfitta di Giusi Nicolini, che va piuttosto ricercata nel corso di tutti i suoi cinque anni di mandato, ma a volendoci ridere su possiamo constatare che si è piazzata terza su quattro candidati. Questione di sfiga da onestà professata? Per dimostrare che così non è, basta guardare il dato uscito dalle urne di Trapani. Nel Comune siciliano ha vinto Girolamo Fazio, già sindaco della città per due mandati dal 2007 al 2012 e poi consigliere comunale nello scorso mandato, arrestato in piena campagna elettorale per corruzione e traffico di influenze. E per poco Fazio non si trovava a sfidare al ballottaggio il senatore Antonio D’Alì, per il quale nel bel mezzo della campagna elettorale la DDA di Palermo ha chiesto al Tribunale la misura cautelativa di soggiorno obbligato in quanto “socialmente pericoloso”. D’Alì si è piazzato terzo nella competizione per le amministrative di Trapani. Nessuno dei due ha quindi inteso ritirare la candidatura. Ed avevano ragione! Tanto è che Fazio ha vinto. La volontà politica espressa dagli elettori italiani è talmente grottesca da far tornare alla mente un film del 1976: “Signore e signori, buonanotte!”. In uno dei corti che compongono la pellicola – firmata tra gli altri da Monicelli, Scola e Loy – il giornalista interpretato da Marcello Mastroianni intervista un ipotetico ministro della Repubblica del tempo, coinvolto in una scandalosa inchiesta giudiziaria. Ve ne ripropongo il magistrale dialogo, certo che dimenticherete i quarantuno anni di questo attualissimo film.
– “Ministro, lei è al corrente delle gravi accuse che le sono state mosse riguardo ai fondi sottratti alle mense degli orfani? Si parla di circa duecento miliardi”
– “Certo che ne sono al corrente!”
– “E non crede che sarebbe opportuno, in attesa di conoscere la verità, di dare le immediate dimissioni dalla sua alta carica?”
– “Giovanotto, dimettermi mai! Questa sarebbe una mossa sbagliata!”
– “Lei vorrebbe dire che le sue dimissioni sarebbero un implicito riconoscimento delle accuse?”
– “Ma no, no. Io non mi dimetto per combattere la mia battaglia da una posizione di privilegio. Dal mio posto posso facilmente controllare l’inchiesta, inquinare le prove, corrompere i testimoni. Posso insomma fuorviare il corso della giustizia!”
– “Onorevole, ma non è irregolare? Dico, contro la legge?”
– “Ah, no giovanotto! Io la legge la rispetto! E soprattutto la legge del più forte. Siccome in questo momento io sono il più forte, intendo approfittarne! É mio dovere essenziale!
– “Ma dovere verso chi, scusi?”
– “Ma verso l’elettorato che mi ha dato il voto per ottenere permessi, licenze, appalti; perché li spalleggi in evasioni fiscali, in amministrazioni dei fondi neri, crolli di dighe mal costruite, scandali, ricatti, contrabbandi di valute……”
– “Scusi ma… ma che cacchio sta dicendo?”
– “Io sto dicendo che l’elettorato vede in me un prevaricatore. Se invece voleva scegliere un uomo probo, onesto e per bene, ma che dava i voti a me?!”
Ecco, dopo questa citazione potremmo quindi concludere che l’elettorato italiano è fatto così: vuol sentirsi rappresentato nelle istituzioni.

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